Autore: Redazione

Ocula a New York 4 | Sguardi, fra campagna elettorale, post occupy hurricane

  1. You are like a Hurricane!

Dal mio oblò di 4 Washington Square Village il tanto annunciato Hurricane pareva giusto una pioggerellina stupida e qualche raffica di vento che giungeva da lontano. Siamo alle 7 pm di Monday e tutto fila liscio. E allora mi chiedevo Possibile che continuino a ripetere di stare chiusi in casa e addirittura evacuare e abbiano interrotto tutti i trasporti già dalle 7 di Sunday? Waiting for Sandy… che non arrivava.

Dopo i richiami al Common Sense del governor Cuomo e la cantilena del sindaco Bloomberg sul Stay at home, do not go in the streets to take pictures, alle 7 e poco mi scrive nientepopodimeno che Obama in persona.

Pierluigi –

This is a serious storm, but Michelle and I are keeping everyone in the affected areas in our thoughts and prayers. Be safe.

Barack

..no, dico: allora mi devo preoccupare davvero!?! Perché di solito Obama mi scrive chiamandomi PJ e non Pierluigi, e poi mi chiede sempre almeno 5 $, che Romney pare ne abbia 45milioni di $ mentre lui a questo giro fa un po‘ la fame. Che poi gli ho provato a spiegare che io NON posso donare soldi, che la legge vieta ai cittadini non americani di donare soldi ai politici.. Se magari mi dai la green card, allora te li posso donare questi 5$ ci ho scritto in una mail qualche settimana fa. Ma lui niente, pare non capire proprio e, tra l’altro, non ha neanche detto alla segretaria di rispondermi.

Ebbene si, la mail di Barack è stato l’ultimo messaggio dal mondo e poi il buio. Prima l’elettricità, poi il web, il phone e infine l’acqua. Dalle 7.35 pm eravamo nella darkness più totale. Fuori soffiava il vento e urlava la tempesta, tra i canti delle sirene e le luci che illuminavano a intermittenza. Dentro, un attonito silenzio illuminato dalle candele. La quiete prima della tempesta era finita. Ora ci eravamo nel bel mezzo.

Per sentirmi un po‘ più addentro all’experience, la poca carica che avevo nel pc l’ho consumata guardando Blade Runner. Poi ho finito di leggere New York di E.B. White, e seppur scritto nell’estate del 1948, le ultime pagine dipingono una possibile catastrofe nella city, un attacco aereo che abbatta i grattacieli dall’alto o un uragano che li sradichi da sotto… devo essermi addormentato sul divano con queste immagini, e potete immaginare la paura quando ho aperto gli occhi con un biiiip biiip infernale che mi urlava nelle orecchie. Un allarme? Dobbiamo evacuare? l’ipod segnava le 3.35, fuori imperversava l’inferno e nel buio totale del mio one-bed-room apartment il biiip biiip continuava a squillare come fosse la sirena di Belgrado durante gli attacchi Nato. Provo a chiamare il doormen, ma il citofono non funziona – claro, non c‘è electricity! Esco nel corridoio con la candela e per le scale incrocio altri zombi che come me si chiedevano come comportarsi. Loro avevano le torce, gli ipad e gli itorch, mica la candela! Mi accorgo che ci sono le scale, queste sconosciute, e che nelle scale puoi incontrare le persone, mentre negli ascensori no. O se le incontri fai finta che sei occupato a controllare le tue unghie, o a che piano sei.

All’alba delle 4.14 individuo il problema: la batteria Verizon della tv, che siccome si sta scaricando continua ad avvisarti con quel suo lamento biip biiiip. E quindi? No way to stop it! Mi dicono. E’ fatta in modo che non si può spegnere, bisogna tenersela e provare a dormire uguale. Tra l’altro ha incorporato il filo dell’antenna che non si stacca dal muro… che faccio, dunque? Alle 4.36 ho un’idea: la avvolgo dentro la coperta che ho nell’armadio, così la sento meno. Ma si sente uguale. Ci metto sopra tutte le asciugamani e il secondo cuscino. Ma il biiip biiip non desiste. Alle 4.48, con il ciclone fuori che imperversa, decido di fottermene e sradico il filo dell’antenna dal muro. In questo modo posso mettere la batteria avvolta nelle coperte e le asciugamani in bagno, nella vasca, e chiudere la porta. Mi riaddormento alle 5.53, ma solo perché ho finalmente infilato i tappi nelle orecchie.

Stamane sono quasi le 10 quando mi desto. Fuori c‘è una calma surreale, gli alberi sono ancora lì, i bidoni della spazzatura un po‘ divelti, gente che cammina.. ma in casa è tutto come la notte passata. Cioè spento, non funzionante, silente. Tranne il biiiip biip che non ha ancora smesso. Allora, basta, esco. Faccio un giro. Non posso neanche lavarmi la faccia né pisciare che mi rimane tutto lì, ma almeno devo sapere se qualcun altro è sopravvissuto in questa città.

E scopro che si, tutti sono sopravvisuti. Tutti tranne 13 o 16, mi dicono in strada. Danni, si, tanti danni. Subway e tunnel inondati. Allora avevavo ragione a chiudere la metropolitana, penso. E poi tutto Downtown è in ginocchio. Ma in altri quartieri la situazione è normale. Uptown per esempio, no problems. Allora faccio una lunga passeggiata verso l’Hudson River, che sembra abbia inondato il Village e attorno la city è un luogo fantasma: al posto dell’asfalto c‘è un tappeto di foglie gialle e marroni che mancano solo le modelle di Missoni, i semafori sono spenti, sui marciapiedi decine di persone con le braccia alzate per fermare un taxi, ma i taxi sono pieni e allora la gente cammina, le strade semi deserte sembrano un parco a disposizione degli scoiattoli che festeggiano lo scampato pericolo, le zucche pronte per halloween sono volate via, una miriade di ombrelli divelti, negozi tutti chiusi, tranne qualche locale che ha scritto Wine and Beer only (no coffee), due pizzerie al taglio prese d’assalto, e la fila davanti all’unico supermarket aperto. Entro e mi accorgo che è al buio, i clienti si muovono tra gli scaffali con le torce, i frigo chiusi e si accetta solo cash, questo sconosciuto. Non mancano però i new yorkers che non rinunciano al loro jogging in short e maglietta, nè le signore che escono a pisciare il cane e pronte raccolgono la cacca con busta e paletta.

Questo è quanto, e ve lo racconto dalla Bobst Library, dove ho appena trovato rifugio, acqua, toilet e soprattutto prese per la corrente e il wi fi, a disposizione di chiunque ne abbia voglia. Qui è pieno di gente come me, in cerca di un contatto col mondo. Contatto virtuale, of course!

Mi dicono che staremo senza electricity e acqua e tel e web sino a domani, per cui oggi un pò di biblioteca, un’altra passeggiata a raccogliere foglie e contare i danni e poi di nuovo a letto con la candela.

A proposito, tra le tante mail dall’Italia che mi chiedono come sto, ce n’è un’altra di Obama:

Pierluigi –

Our thoughts and prayers this morning are with the families affected by the storm…

So, if you’d like to help, please give to the American Red Cross right now.

Ok, adesso ne ho la certezza: l’emergenza è passata, Barack è tornato a chiedermi 5$. E forse ha capito che a lui non glieli posso dare, così mi chiede di donarli alla Red Cross.

Ops, vi devo lasciare. La signora della Library è appena venuta a dirmi In 10 minutes we close. Good luck for tonight.

Tonight? Perché torna Sandy? O magari si riferisce al biip biip nella mia vasca da bagno?

Abbracci post uraganici

 

di Pierluigi Musarò

Ocula a New York 3 | Sguardi, fra campagna elettorale, post occupy hurricane

  1. American Dream is over? Cronache sulle presidenziali americane. E il secondo dibattito

Obama vince ai punti il secondo dibattito tenutosi alla Hofstra University di Long Island. Ma Romney c’è, e si fa sentire. Incassa e subito risponde. Spesso a sproposito, e scivola. Come quando attacca il presidente accusandolo di non aver gestito bene l’emergenza dopo l’attentato dell’11 settembre a Bengasi, in Libia. Arrivando a sostenere che Obama avrebbe riconosciuto che si trattasse di atto terroristico solo due settimane dopo l’accaduto. Pronto, il presidente ribatte che parlò di atto terroristico già il giorno dopo l’attacco, incassa la conferma della conduttrice e l’unico applauso in tutta la serata, e affonda: n«Non si strumentalizza la sicurezza nazionale per speculazioni politiche. Non si comporta così un comandante in capo».

Ebbene si, il presidente democratico ritrova la grinta e riapre la partita. La performance supera di gran lunga le aspettative. Lo certificano i sondaggi della Cnn: mentre il 46% degli spettatori hanno risposto che il vincitore della serata è stato Obama, e solo il 39% Romney, ben il 73% degli intervistati ha comunque apprezzato la performance. Si, qui si parla di performance. E’ la performance che conta, quella del corpo politico con la sua aggressività e ferocia. La capacità di dominare la scena, anche interrompendo l’altro, più e più volte. That‘s America, baby.

Quanto poi la performance possa alterare una dinamica elettorale che dopo il primo confronto sembrava favorire Romney è tutto da vedere. Ma di certo il presidente ha ottemperato al suo dovere, adempiendo alla missione che a gran voce il suo elettorato, deluso, gli chiedeva: mettere Romney nell’angolo, quello di destra per intenderci, e stenderlo al tappeto prima che il governatore riuscisse a occupare il centro della scena. Sembravano sul ring i duellanti, e saltellando da un angolo all’altro la differenza d’età è venuta fuori. d’altra parte Obama ha 51 anni, mentre il candidato repubblicano 65. In Italia sarebbe giovane, certo. Ma da questo lato dell’oceano 14 anni di differenza si sentono, e non solo sul ring.

A movimentare la sfida, questa volta, ha contribuito la presenza del pubblico in sala. Un pubblico composto ed emozionato, comunque pronto a sfoderare la domanda dal taschino per rivolgerla al duellante di turno. Tra il set di domande e risposte, mi è piaciuta molto quella sulle politiche nei confronti degli immigrati, definiti dalla ragazza che l’ha posta come “productive members of society”. Accezione subito colta dagli interpellati.

n«First of all, this is a nation of immigrants. We welcome people coming to this country as immigrants. My dad was born in Mexico of American parents; Ann’s dad was born in Wales and is a first-generation American. We welcome legal immigrants into this country», ha subito risposto il pur radicale Romney.

Mentre il liberale Obama ha rispolverato per l’occasione la speranza e il sogno che lo hanno contraddistinto nella corsa alla Casa Bianca 4 anni or sono: n«We are a nation of immigrants. I mean we’re just a few miles away from Ellis Island. We all understand what this country has become because talent from all around the world wants to come here. People are willing to take risks. People who want to build on their dreams and make sure their kids have an even bigger dreams than they have».

Repubblicani e democratici concordi nel riconoscere il ruolo dell’immigrazione, attratta su questo suolo dal fascinoso richiamo dell’American Dream. Un sogno fondato sulla convinzione che attraverso il duro lavoro, il coraggio, la determinazione sia possibile raggiungere un migliore tenore di vita e la prosperità economica. Un sogno che sembra rinnegato dal lungo muro anti-immigrazione ai confini col Messico, e al contempo esaltato dalla Diversity Lottery, la lotteria che ogni anno il governo americano organizza per assegnare a 50.000 fortunati vincitori in tutto il mondo i visti per vivere e lavorare negli Stati Uniti. Incredibile ma vero: migliaia di morti lungo il confine con/vivono con una lotteria che ti offre il diritto di inseguire l’American Dream. That‘s America, baby.

Ascoltare i presidenziali richiami alle sirene del sogno, mi riporta alle lunche discussioni nelle serate d’autunno con il vecchio Steve. American dream is over, recitava il cartello che Steve indossava spesso. Ricordo che parlavamo del significato di quel cartello, mentre eravamo entrambi appoggiati alle transenne di Zuccotti park, appena ripulito dall’incursione improvvisa della polizia. La prima volta che ci avevano provato non ci erano riusciti.

Correva l’autunno del 2011. I rappresentanti della Brookfield Properties, proprietari del parco, avevano distribuito volantini ai manifestanti per avvertire che il parco sarebbe stato sgombrato per essere pulito. Ma quando il sindaco di New York ha deciso di assecondare la richiesta di riportarlo alla normalità e ha autorizzato l’intervento delle forze dell’ordine, i manifestanti hanno ribattuto che la pulizia era soltanto una scusa per stroncare la protesta, e violava il loro diritto costituzionale di libertà d’espressione. Dopo la solita general assembly hanno dunque fatto sapere che non si sarebbero spostati e che avrebbero adottato una strategia di resistenza passiva e non violenta. Ricordo di esser rimasto nel quadrato di Liberty Square fino a tarda sera, dando una mano a ripulire lo spiazzo. La notte me la sono evitata, complice il freddo e il richiamo dell’ufficio il giorno dopo. Ma se avessi immaginato lo spettacolo dell’alba sarei rimasto. Avrei voluto vedere la faccia degli spazzini e dei poliziotti quando si sono ritrovati centinaia di persone stese sulla piazza ripulita, con le scope in mano e i numeri degli avvocati stampati sulle braccia alzate. Le mani dei cops impossibilitate a usare i manganelli, la stretta dei denti, la smorfia rabbiosa e umiliata della resa. Di certo uno dei momenti più entusiasmanti di quell’autunno. Entusiasmo che però durò poco. l’accampamento del movimento Occupy Wall Street aveva i giorni contati, e cosi‘ nel giro di poche settimane ci riuscirono a ripulirlo. Di notte. Senza preavviso. Complice la neve e il vento tagliente. Sacchi a pelo, tende, libri, fornelletti, telecamere e computer erano stati smantellati e distrutti nel buio di una notte che puzzava già d’inverno. l’autunno, appunto, volgeva al termine.

Primavera, estate, e ancora autunno… Passano poche stagioni e ritorno qui, a Zuccotti park, in un’altra New York, nella stessa America. Chiaro, tornarci è tornarci, con tutto quello che significa: non stupirsi più di tutti quei taxi gialli, del fumo che sale dalle crepe dell’asfalto, dei grattacieli arrampicati verso l’infinito, la stimolazione che viaggia al ritmo elevato del rap, le signore eleganti con gli auricolari piantati addosso e il tappetino di yoga a tracolla, il flusso di giovani ambiziosi con lo sguardo puntato al futuro e l’agenda piena. Tornarci significa riconoscere e dunque conoscere meglio, che un luogo lo si conosce davvero quando lo si riconosce, e lo si apprezza di più, come fosse il profumo piacevole e familiare della persona amata e non quello seducente e fuggitivo del one-night-stand.

Resta il fatto che a Gotham City è impossibile non continuare a stupirsi. E tra le altre cose che continuano a stupirmi, il ritrovare ancora oggi i compagni di Occupy a Zuccotti Park nella notte di Rosh Hashanah (il Jewish New Year), sempre creattivi e ben disposti a farsi arrestare in massa nella convinzione di dar voce al 99%. Perchè alcuni ci credono ancora, of course. E me lo raccontano entusiasti mentre si festeggia l’anniversario dell’occupazione di Zuccotti Park, che a sua volta seguiva l’onda di Puerta del Sol a Madrid e piazza Tahrir a Il Cairo. E’ il 17 settembre 2012, un anno dall’occupazione appunto, e tra le panchine di Washington square corre veloce il passaparola che dà appuntamento per il giorno dopo in diversi punti del distretto finanziario a sud di Manhattan. In teoria per un sit-in pacifico che vuole bloccare Wall Street, ma l’obiettivo è bloccare banche, strade e funzioni di questo piccolo groviglio di strade e palazzi da dove si governa il mondo senza farlo troppo sapere in giro. l’appuntamento è all’alba, e immaginerete che io abbia preferito ascoltare sotto le coperte la diretta su Pacifica Radio, piuttosto che farmi arrestare insieme ad un centinaio di loro.

Defraudati dello spazio che li aveva caratterizzati, i reduci di Liberty Square non si arrendono. E a fasi alterne provano a far sentire la loro voce. Saranno anche soltanto rigurgiti di comunismo di piazza, o giovani assai ’acerbi‘ – come li definisce l’amico Del Pero – protagonisti di una protesta fragile e confusa, nei toni genericamente populisti così come nei contenuti a dir poco vaghi. Saranno quel che saranno, sempre meno e con la voce sempre più rauca; ma di certo sono tra i pochissimi che, nell’opulenza nostrana, esprimono malessere e indignazione con pacifica rabbia, levandosi dalle coperte all’alba per farsi arrestare.

Lo faranno perchè si ostinano a credere che l’American Dream esiste ancora? O forse protestano per denunciare che quel sogno ha confuso democrazia con capitalismo? Con un liberismo selvaggio sguarnito di quei sentimenti morali che tengono insieme la società? Di certo dimostrano che una parte di America quel sogno non lo vuole abbandonare. Che da questo lato dell’oceano, come su altre sponde del Mediterraneo, ci sono esseri umani che si sentono super eroi comuni, o semplici eroi reali. Eroi che non accettano di barattare il Dream con la Fantasia, assistendo inermi al suo lento sgretolamento, man mano che il sogno di alcuni si trasforma in incubo della moltitudine. Sotto la scure dei repubblicani, come dei democratici. Ognuno a modo suo, con poche idee ben messe in pratica.

Peccato non ci fosse qualche esponente di questo 99% a porre la sua domanda ieri sera durante il dibattito. Qualcuno che chiedesse: perchè la società statunitense continua a sommare iniquità a iniquità? Come possiamo accettare che la maggiore disuguaglianze di reddito conviva con la minore tassazione della ricchezza? Che fine ha fatto quell’American Dream che vi ostinate a usare come core message del vostro brand?

Manca ancora un dibattito presidenziale e una manciata di giorni alla chiamata alle urne. Chissà che nella prossima performance non ci sia qualche colpo di scena…

 

di Pierluigi Musarò

Ocula a New York 2 | Sguardi, fra campagna elettorale, post occupy hurricane

  1. Momenti, fra Obama e la crisi di Occupy

New York, Concrete jungle where dreams are made of, Ther’s nothing you can’t do, Now you‘re in New York, these streets will make you feel brand new, the lights will inspire you, lets here it for New York, New York, New York.

Atterrare qui significa ritrovarsi in un Empire state of mind che ti avvolge tra i fragori di Jay-z e Alicia Keys, il dedalo di storie che ha fatto innamorare Sinatra e De Niro, l’utopia irrealizzata che ha partorito eroi come Superman e Batman e mostri come Godzilla, che non poteva materializzarsi in altro loco se non tra i grattacieli intorno a Wall Street.

Il primo anno ci sono passato poche volte davanti a Wall Street. Ricordo di essere stato in quella zona in occasione del September Eleven e di essere incappato in un fronteggiamento tra una manifestazione a favore della costruzione del centro islamico a pochi blocchi dal Ground Zero, e dall’altra parte una folla di fanatici che invocava Gesù e paragonava questo centro ad un santuario nazista da costruire accanto ai luoghi dell’Olocausto. In quelle settimane, da Obama in giù, qui a New York si parlava solo di questo, e in termini di pro o contro. Un po’ come si parla oggi del faccia a faccia presidenziale. Nel fronteggiarsi degli schieramenti, le vittime di quell’11 settembre 2001 passavano in secondo piano: i fatti di quel giorno nella memoria degli abitanti assumevano dimensioni sempre più surreali, persino quel poco di umanità che la tragedia aveva regalato a questa gente di corsa appariva ormai sfumata del tutto. Da quel che mi avevano raccontato infatti, nei mesi e anni successivi al fallout del September Eleven i new yorkers avevano sviluppato una coscienza maggiore di vivere in una metropoli vulnerabile, si era sprigionato un nuovo senso di socievolezza e solidarietà, sorridevano perfino agli stranieri, grazie alla vulnerabilità che li aveva colti di sorpresa e che li aveva costretti ad empatizzare con la vulnerabilità degli altri. Un senso di calore e reciprocità che dopo dieci anni appare lontano, giacchè la stragrande maggioranza di coloro che vivono nella city risultano di nuovo e sempre busy, so busy, crazy busy!

Ricordo che era stato più emozionante passarci la prima volta accanto a Ground Zero, una sera di agosto, attratto dal vuoto che si apre tra i grattacieli di Tribeca e dal rumore delle ruspe che lavoravano giorno e notte. E ancora oggi è pieno di operai al lavoro nel grande cantiere. Gli stessi operai che nell’agosto 2010 hanno scoperto un vascello del Settecento rimasto sottoterra indisturbato per oltre 200 anni. Al di là dei vari memoriali che ci han costruito intorno, mi aveva incuriosito il recinto che circondava il cantiere: era arredato di cronologie sugli eventi accaduti quel fatidico e triste giorno, e di cartelloni che descrivevano nei dettagli il progetto futuro in quel luogo. Narrazione americana, appunto. Vera e propria immaginAzione: le vestigia del passato proiettate verso il futuro.

E poi mi avevano colpito i turisti che con le macchine fotografiche tentavano di riprodurre il nulla. Come si fa a riprodurre un’assenza? Come si fa a fotografare il vuoto? Me lo chiedevo mentre guardavo gli aerei che lo attraversano quel vuoto, e al contempo mi rendevo conto che mi ero lasciato troppo suggestionare dalle immagini televisive.

Quando ci sono tornato l’anno successivo, a parte le commemorazioni per il decennale, mi è invece sembrato che le smisurate torri di cemento e vetro avevano retto l’urto terrificante degli aerei sulle Twin Towers solo per potersi trovare oggi ancora li, a dominare i protesters accampati da ormai 3 settimane a Liberty Square. Che poi il nome ufficiale ho scoperto essere Zuccotti Park, ma sarà che (ri)nominare è sempre un po‘ dominare, nelle lunghe serate d’autunno quel quadrato di cemento in mezzo ai grattacieli lo si chiamava così: Liberty Square, appunto. Incredibile l’effetto che facevano le centinaia di giovani e meno giovani lì costretti tra il traffico di Down Town e le gru del Ground Zero, stipati in pochi metri quadri di aiuole, con i cartelli We are the 99% e Kick off the criminals from Wall Street, i sacchi a pelo sui cartoni, perché le tende sono vietate, il cibo pronto da distribuire ma senza fornelletto che è vietato, così come è vietato l’uso del megafono, per cui passando di lì dalle 7 alle 8 di sera si sentiva un coro di voci che ripetevano la stessa frase diffondendola nell’aria. Era il modo ingegnoso che avevano trovato per comunicare in 200, nel mezzo del delirio della city, senza supporti tecnologici: uno va al centro e parla, e tutti gli altri in cerchio ripetono la sua frase voltandosi verso quelli dietro. Ingegnosi e creativi, certo, anche se poi diventava davvero difficile risucire a capire quel che si discuteva.

Ero stupito dal modo in cui i partecipanti di Occupy Wall Street agivano con forza e determinazione e al contempo rispettavano la legge. La marcia del 5 ottobre 2011 sembrava una transumanza di vacche: costrette tra le transenne, più di diecimila persone, di ogni età e stato d’animo, si sono riunite in Folsey Square, davanti a Capital Hill, e io con loro, e da lì ci hanno fatto transitare verso Liberty Square, ma solo sui marciapiedi, che le strade erano transennate e guai a chi osava scavalcare o anche solo spingere, che una quantità in(de)finita di robo-cops erano lì pronti con le loro reti arancioni, il pepper spray e le manette di plastica bianca ad arrestare in massa. Come avevano già fatto il sabato prima, quando sul Brooklyn Bridge se ne sono caricati 700. Ricordo che dopo aver urlato per un bel pezzo One day One week, Occupy Wall Street, avevo seguito due amici verso casa, per poi trascorrere la serata incollati al live stream del movimento, a commentare quel che accadeva comodamente seduti sul divano ad ingurgitare birre e hamburger, da bravi “mmerigani” che vivono nella mediapolis, più che nella metropolis.

Checchè se ne dicesse sui giornali, a me i giovani e meno giovani che occupavano Liberty Square stavano proprio simpatici. Disorganizzati e general-ingenui quanto si vole e pote, ma almeno sono gli unici che agiscono, e che pur non avendo idea di come e fino a che punto si possa realizzare la rivoluzione, hanno smesso di lamentarsi e inseguono la loro utopia: immaginare un’alternativa nel cuore di un impero che ha come slogan Not an alternative. Questo pensavo lo scorso anno. E lo penso ancora. Tanto piu‘ di fronte alla noia mortale del dibattito presidenziale in tv.

Mentre sullo schermo si passano gentilmente la parola i due candidati, mi viene in mente che lo scorso ottobre avevo raccontato in una mail collettiva le mie sensazioni a Liberty Square… La city assorbe il dolore e la memoria, tutto assorbe la city, pure il bisogno di condividere e il tormento di essere lontani da casa. Mentre non assorbe l’ansia. No, quella anzi la genera e la distribuisce in parti uguali, che almeno in questo appare democratica. O forse no. Quando siedo in cerchio nella general assembly di Liberty Square e l’ansia si attenua un po‘ mi accorgo che questo stato emotivo è legato alla solitudine tipica di questa città che vuole vedere se sei capace di adattarti, di superare il trauma dell’approdo, l’angoscia intensa e generalizzata di essere qui, al centro dell’universo, e al contempo in nessun luogo, che tutto è fittizio e stressante eppure così iperreale da ingenerare un profondo disagio duro da scavalcare.

Occupy l’ansia, dunque, mi dico mentre mi avvio verso lo spazio occupato a lato di Wall Street, che la partecipazione fa sentire meno soli e poi questa sensazione di contribuire a costruire una narrativa diversa mi attrae come fosse una donna avvenente ma che non se la tira, una di quelle che ti fanno venire le farfalle in pancia ma senza sindrome da prestazione. Che se non dovesse andare, mi dico, va bene poi lo stesso. Importante è partecipare.

Come succede in questo spazio di tende e libertà appunto, dove si dà inizio a qualcosa di cui non si intravede neppure la fine, eppure non ci si tira indietro per questo, non ci si demoralizza prima ancora di iniziare, perché nel mentre si ha la sensazione di dare vita a qualcosa di rivoluzionario, una diversa architettura della coscienza per esempio, un nuovo ordine che emerga dal caos. New paradigm under construction, please pardon the mess! Recita così il mio cartello preferito.

Geniali questi americani che reclamano la dignità di esistere, il diritto di immaginare un mondo diverso, discutendo per ore col loro mic check che riempie l’aria e i cuori degli astanti. l’altra sera, per esempio, si discuteva se donare 20mila dollari agli Occupy di Oakland, arrestati dopo gli scontri con la polizia, perché qui a New York ne hanno raccimolati ben 140mila in piccole donazioni, mentre lì ci sono da pagare gli avvocati. Tra i cori che fanno l’eco agli interventi dei singoli e le mani alzate ad esprimere l’accordo saremo andati avanti 2 ore buone, e quando il consenso sembrava ormai raggiunto, al momento della votazione finale due ragazze ben vestite hanno incrociato le braccia per bloccare la proposta, esprimendo il loro veto e costringendo i quasi 200 partecipanti a proseguire ancora il dialogo, sino a quando l’approvazione diventava unanime e finalmente si decideva di devolvere la somma a favore dei compagni di Oakland (anzi degli occupanti, che nonostante lo slogan The only solution is WorldRevolution, anche qui compagni suona sempre troppo comunista).

E una volta raggiunto il consenso, come mossi da un’energia improvvisa, son partiti i tamburi, i berimbau e le cornamuse e ci si è lanciati direzione City Hall al grido unanime Whose streets? Our streets! E dovevate vedere quei 4 poliziotti presenti che faccia avevano, come a dire What the fuck, occupate le strade senza avvertirci prima?

Ebbene si, senza preavviso la massa di persone si lancia sulle strade intorno a Wall Street come fosse l’incarnazione fisica della speranza. Qui si è coscienti che la speranza ha i suoi costi, che non è facile o confortevole, che richiede sacrificio e fede. Si dorme tra pioggia e neve ogni notte, coi vestiti bagnati ci si ciba di burro di arachidi e pizza come non ci si sarebbe immaginato un mese fa. Per poi continuare a protestare, cantando e discutendo in interminabili assemblee, marciando coi cartelli contro lo spray al peperoncino e i calci della polizia, lasciandosi arrestare senza reagire alla violenza nell’attesa e col desiderio che qualcosa cambi, che si trovi un modo per uscire dal labirinto del potere delle corporations. Questo significa oggi essere vivi per quelli che sono i migliori tra noi, penso correndo e urlando nel labirinto di grattacieli… ma il tutto dura un attimo intenso e prolungato, un lungo interminabile momento di gloria, durato il tempo dell’arrivo dei rinforzi, a piedi e con gli scooter a tirar schiaffoni e pedate ai pedoni non autorizzati che mai reagiscono alla brutalità della divisa nera, e i trucks rossi dei firefighters di traverso a bloccare gli accessi, e quelli a cavallo e persino in elicottero, da vera scenografia hollywoodiana. E io spettatore-partecipe che non me l’aspettavo mi son fatto prendere dalla trama del movie e per poco non ci finisco tutto intero nella trama, che quando ho visto le reti arancioni intorno ai miei jeans e il manganello a mezzo metro dal naso mi son detto Shit! E’ finita l’avventura… ma la paura è passata quando hanno arrestato i due che mi urlavano affianco, mentre io quatto quatto mi defilavo.

Emozioni intense di un autunno che pare avvenuto tanti decenni fa, eppure sono trascorsi solo pochi mesi. Primavera, estate, e ancora autunno… a New York. Un’altra New York, nella stessa America.

di Pierluigi Musarò

Ocula a New York 1 | Sguardi, fra campagna elettorale, post occupy hurricane

  1. Il primo dibattito elettorale e impressioni di ottobre

Il primo dibattito presidenziale faccia a faccia di mercoledì a Denver, Colorado, sembra averlo vinto Mitt Romney. O, magari – come dice l’amico Del Pero – lo ha perso, male, Barack Obama. Il Presidente in carica ha deluso. Lo sfidante è stato decisamente più incisivo. Obama sembrava stanco e parlava come un burocrate, piu‘ che come un leader. Romney, senza troppo esagerare in aggressività, si è presentato come il campione di un ceto medio in difficoltà. Forse in molti non gli hanno creduto, ma di certo ha dato bene l’impressione di essere competente ed empatico.
Seguito in Tv da oltre 60 milioni di americani, molti dei quali non hanno ancora deciso per chi votare, il dibattito presidenziale pare rendere tutti molto nervosi. Quelli che parteggiano da una parte, e quelli che si schierano dall’altra. Tutti tranne me. Forse perché non voto, e dunque non mi sento troppo coinvolto. O magari perché sono tra quelli che non credono a ciò che i candidati raccontano in tv. Anche perché il faccia a faccia presidenziale mi sono ritrovato a guardarlo da una prospettiva diversa: in un vecchio bar di Manhattan, Yippie Museum, in compagnia del movimento Occupy Wall Street. O di quel che ne resta oggi, sarebbe più appropriato dire.
È di nuovo autunno a New York, ed è il terzo anno consecutivo che trascorro il Fall Semester presso la New York University, nel cuore di questa metropoli che si fa chiamare Empire State. Al di là di un lieve pregiudizio figlio dell’antimericanismo diffuso un tempo in Italia, amplificato a dismisura dal doppio mandato guerrafondaio di Bush, quando per la prima volta mi sono ritrovato avvolto da questa meravigliosa illusione che è la city, mi sono subito sentito al centro del mondo. In un luogo fantasmagorico dove tocchi con mano il desiderio non solo di guardare al futuro, ma di provare a immaginarlo e finanche realizzarlo. Perché questo sono gli Stati Uniti, un luogo dove non ci si stanca mai di coniugare futuro e immaginAzione. E a New York, forse più che in ogni altra città americana, si sente la voglia d’inventare, ripensarsi e proiettarsi in avanti di questo paese che pullula di contraddizioni e ineguaglianze. Qui convive il più vertiginoso sviluppo edilizio con gli attivissimi community gardens, lo skyline di Manhattan popolato da oltre metà dei residenti che vivono da soli, perché se lo possono permettere, mentre fuori dalle finestre ospita 1.5 milioni di residenti che vivono sotto la soglia della povertà.
Quando atterrai da questa parte della luna tre anni fa mi sembrava di aver già visto tutto, e al contempo essere stato catapultato in un mondo nuovo. Le ore trascorse a bordo di una metropolitana inaugurata più di un secolo fa, e ancora capace di operare 24 ore al giorno e di trasportare quotidianamente quasi 5 milioni di passeggeri, sono state le più emozionanti. Impossibile annoiarsi nella miriade di volti intorno; impossibile perdersi, che qualcuno è già pronto a riorientarti. E poi sbuchi come bruco nella Grande Mela e ti ritrovi in uno scenario da Empire of the Ephemeral, l’impero che grazie all’emporio ha conquistato il mondo. Attraente, seducente, stimolante, affascinante: nel cuore della Consumer’s Republic si consumano eventi, oggetti e marche come fosse un lavoro atto ad assecondare l’obsolescenza velocissima del tutto.

di Pierluigi Musarò

In relazione al call sul viaggio

In relazione al call for papers sul viaggio vorrei inziare qui, con commenti o post, se qualcuno ne ha voglia, una discussione di preparazione.

Ovviamente i criteri di pubblicazione restano quelli standard: commentare o postare non significa avere l’articolo accettato.

Inizio col dire che l’idea di un numero sul viaggio mi è venuta … in viaggio. A Berlino, per la verità. Ovviamente la letteratura sui viaggi è troppa per poterla persino citare. Quindi escluderei analisi di letteratura di viaggio, che pure sarebbe un bel tema, ma andremmo sulla semiotica letteraria, che non è un settore particolarmente praticato da Ocula. Anche se, forse, la semiotica della letteratura, dopo un boom negli anni 70-80, oggi sembra praticamente defunta. Ma tant’è. Ho pensato che fosse meglio chiedere a dei semiotici (o affini, ma molto affini) di raccontare semioticamente un loro viaggio. Vero, o falso ma raccontato come vero. Chissà, magari lo raccontiamo, o analizziamo, senza particolare originalità. Ma credo che qualcosa dovremmo riuscire a dire, a modo nostro.

All’idea si è associato Davide Gasperi, e ora siamo noi due gli editor, e attendiamo con ansia di avere proposte.

Gli spunti sono tanti. Sono appena andato a comprare le sigarette e prendere un caffè al bar vicino a casa mia. Purtroppo non ho tempo per una passeggiata o un po’ di jogging. Può essere un viaggio andare a comprare le sigarette? A Rimini si racconta di un signore che disse alla moglie “Vado a comprare le sigarette”. E sparì. Tornò dopo dieci anni. Aprì la porta. La moglie era ai fornelli con i bambini che le correvano intorno e aggrappati alle gonne. Lui fa: “Sono tornato”. E lei, senza neppure voltarsi: “C’era la fila, dal tabaccaio?” La storia è in dialetto, il che la rende molto più divertente. Ma siamo una rivista accademica e magari del dialetto ci occuperemo in un altro momento. Andare a compare le sigarette o a fare la spesa all’ipermercato può essere un viaggio anche in altri sensi.

Un saluto a Bob Noorda

Oggi, 12 gennaio 2010, le home page dei maggiori siti di informazione riportano – oltre alla politica, l’economia e le mille emergenze – notizie del tipo: “È morto a 104 anni l’uomo che alzava 280 kg con un dito”, “l’ippopotamo Nikica in fuga dalle inondazioni”, “Lo strip di Teri Hatcher fa impazzire il Web”. E di chi si tratta? Oppure ci sono le foto di Marrazzo “dopo lo scandalo”. E poi l’ennesimo scontro fra tram a Milano (una decina di feriti gravi).

Eppure ieri, oltre a Eric Rohmer (“Chi ha due amori perde il cuore. Chi due case diverse perde la ragione”) è scomparso anche Bob Noorda. Ma per trovare una notizia che lo riguardi occorre entrare nelle pagine milanesi.

Bob Noorda è uno dei più noti, importanti e amati “graphic designer” dell’Italia del secondo Novecento. Per quattro volte ha ricevuto il Compasso d’oro. Nel 2005 la Facoltà del design del Politecnico gli ha conferito la Laurea ad honorem. È stato anche un grande docente, a Urbino e a Milano.

Olandese di nascita (Amsterdam, 1927), Noorda ha contribuito alla storia del design italiano. Se siete entrati in una libreria, se avete passeggiato per una qualsiasi città della penisola, viaggiato per strade e autostrade, la sua opera in buona parte la conoscete già. I suoi marchi più noti: Pirelli, La Rinascente, Coop, Arnoldo Mondadori, Regione Lombardia, Agip, Touring Club e molti molti altri. E se a Milano avete preso la metropolitana, avrete di certo visto uno dei suoi capolavori: quel sistema di segnaletica sistemico e minimale (da scuola olandese, De Stijl e Bauhaus) eppure armonico e gradevole. Siamo nel 1962, Noorda ha 35 anni ed era a Milano da pochi anni. Viene chiamato a quell’incarico dall’architetto Franco Albini. Un progetto in sintonia con quegli anni, non d’avanguardia ma all’avanguardia, esportato poi in altre città, New York e San Paolo.

Nel ricordare quella semplice idea della linea rossa raccontava in un’intervista: “Abbiamo tirato fuori un nuovo sistema, diciamo, che è questa famosa fascia rossa della Linea 1, e per la Linea 2 la fascia verde, che porta solo le indicazioni della segnaletica per trovare la strada in questi ambienti e anche sulla banchina. Per esempio una novità: prima di allora c‘era il nome della stazione indicato una volta sola, in mezzo alla banchina, e io invece ho proposto di ripetere il nome ogni cinque metri in maniera che uno che sta nel treno, ancora in movimento, può subito leggere in quale stazione sta fermando”.

Un capolavoro che da anni Milano lascia deperire come una delle tante fabbriche dismesse e ammalorate, mai rinnovata e da qualche anno scempiata con rifacimenti indivibili. Qualche anno fa, infatti, l’amministrazione della città capitale del design e della moda (ah, la retorica!) decise che occorreva dare una rinfrescata a quei cartelli anneriti. E incaricò qualcuno di passare una mano di vernice rossa. Di rosso lucido e scintillante, ovviamente. E poi ci incollarono sopra le nuove scritte, con caratteri adesivi.

Ma il rosso di Noorda non era scintillante e non era un rosso qualsiasi. Nemmeno le scritte – i caratteri – erano scelti a caso. Amareggiato, qualche anno fa ha dichiarato in un’intervista: “Io non so chi ha deciso di fare questa cosa, ho provato ma non riesco arrivare ad una persona, al responsabile, probabilmente hanno dato in mano tutto ad una ditta che ha tolto, pulito un po‘ e riverniciato i pannelli”. E ancora: “C‘è una mancanza della parte pubblica, di chi è responsabile, non c‘è una preparazione vera… Forse non si sono accorti che erano lucide le nuove insegne, o che questo fosse diverso. Se prendiamo l’identità grafica e di comunicazione del governo italiano non c‘è nulla. Io sono olandese, e li tutti i ministeri hanno un’identità perfetta, sono molto avanti, quasi maniacali c‘è sempre una volontà di essere nuovi, qui no. Comunque sia, è un peccato buttare via delle cose che hanno ancora un valore come questa segnaletica che è stata premiata con il compasso d’oro”.

Il suo rosso era invece opaco. Un opaco cercato, studiato, sperimentato: “Nel 1963, abbiamo fatto anche noi una prova con un bel rosso lucido, ma ci siamo accorti che con l’illuminazione che per forza di cose era parallela ai binari il riflesso sarebbe stato terribile, inoltre il lucido avrebbe evidenziato tutte le imperfezioni della posa dei singoli pannelli, e optammo per l’opaco, infatti ora si vede lo spessore delle scritte precedenti, tutto questo è spaventoso”. E il carattere non era preso da un campionario qualsiasi, come scorrere l’elenco dei font di un wordprocessor. Era l’Helvetica, ma fortemente modificato per adeguarlo a una maggiore leggibilità. Un’anticipazione progettuale di ciò che oggi è uno dei fondamenti della progettazione: l’attenzione all’usabilità, lo User-centered design. E ciò che all’inizio dei Sessanta era anticipazione, oggi è oggetto di studio in tutti i centri di ricerca del pianeta. Eppure ha fatto bella fatica ad arrivare nelle menti e sulle scrivanie dei funzionari della capitale del design: “Inoltre – continua Noorda riferendosi all’infausto restauro – hanno usato un carattere leggermente diverso senza considerare le spaziature originali del manuale, il tutto senza chiamarmi, forse pensano che io non ci sia più”.

Forse è per questo che, nemmeno un anno fa, interrogato da un giornalista del Corriere della sera sull’opportunità di ideare un logo per Milano, città dell’apparenza e dalla memoria storica sempre più scarsa, dichiarava senza pudore: “Un logo per la Milano di oggi? Ci ho pensato, ma non mi è venuto. Milano oggi non ha personalità”.

Un caro saluto a Bob Noorda.

 

Finalmente il blog di Ocula

Da anni conduciamo furiose e (forse) interessanti discussioni su semiotica, media e politica sul nostro forum riservato.

Ora mettiamo il naso fuori.

In quel fuori potenzialmente immenso che è la rete, ma forse persino più piccolo di un forum che alla fine è in modalità push. I lettori di un blog possono essere anche 0.

E così siamo partiti.