Categoria: Tecnologie

Sull’origine delle fake news e la corsa alla loro repressione

  È da leggere questo approfondimento della BBC (http://www.bbc.com/news/business-42769096) che ricostruisce sinteticamente l’origine del termine ‘fake news’, e spiega almeno una delle filiere di produzione. È curioso come l’economica digitale abbia favorito il sorgere in luoghi periferici del mondo, solitamente a basso reddito, colonie che si dedicano ad attività illegali o para-legali ricompensate dai proventi generati dalla rete. In Africa si trovano località che vivono di ricatti sessuali sul web (http://www.bbc.com/news/magazine-37735369). Il servizio proviene da una fonte accreditata, la BBC, ma certamente gli adolescenti macedoni non possono essere l’unica fonte di disinformazione.

C’è comunque un aspetto da tenere presente nella questione fake news. Spesso le fonti di queste notizie ‘false e tendenziose’ sono gruppi spontanei o singoli, magari privi di scrupoli e avidi, ma comunque estranei a ogni forma di organizzazione e non costituiti come imprese. La rete ancora oggi consente a qualsiasi soggetto di condividere contenuti alla pari (o quasi) di grandi organizzazioni. Questo non piace affatto a tali organizzazioni. È noto come i grandi editori di news tentino in ogni modo di salvaguardare il loro profitto nel grande tramonto della carta stampata. Tra i tanti argomenti a loro favore c’è la professionalità della produzione di informazione. Che comporta dei costi. Mandare una persona nel posto dove accadono i fatti è ancora oggi il modo più sicuro di capire che cosa succede. Le notizie, prima di essere pubblicate, devono essere verificate da almeno due fonti indipendenti. Ecc. Gli argomenti a favore di una libera diffusione dell’informazione, tuttavia, non sono meno validi. È vero che il rischio di avere informazione inaccurata, incompleta, mal confezionata e persino falsa, è molto maggiore quando la fonte è incontrollabile o addirittura anonima. Ma è un rischio minore di quello di un sistema di informazione completamente controllato dai cosiddetti vested interests. Il giornalismo è spesso un’attività che si scontra con interessi potenti. Prendiamo il caso dei Panama Papers (https://panamapapers.icij.org/ ): la gestione di un dossier così scottante fu passata subito da Süddeutsche Zeitung all’ International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) (https://www.icij.org/), anche per avere più forza nell’analizzarlo e pubblicarlo.

Stiamo quindi attenti a partecipare alla lapidazione dei produttori di fakes, e all’allarme contro il malvagio Putin, o alla paura di trovarci a fianco di Trump. Qualcuno soffia sulla ‘caccia alle fakes’ perché vuole frenare o bloccare la parità di accesso alla rete. Qualcuno vuole introdurre sistemi di ‘certificazione’ o di ‘controllo’ sui produttori di contenuti. La semplice introduzione di gerarchie fisse nei motori di ricerca o in social come FB, basate su (per ipotesi) essere o meno una testata accreditata, porterebbero all’esclusione di fonti indipendenti, non ‘certificate’.  I signori della rete, come Zuckerberg, sono chiamati a decisioni molto difficili. Prima di criticare è bene riflettere. Oggi alcuni governi democratici sono tacitamente invidiosi dell’internet ‘alla cinese’, vale a dire completamente controllata dallo stato.È chiaro che nessuno sa cosa fanno precisamente la CIA o l’NSA con l’internet ‘all’americana’ (quindi con la rete tout court), ma i twitter di Trump hanno almeno un aspetto positivo: o veramente non esiste un filtro tra il Presidente USA e il pubblico, oppure è stata montata una sceneggiatura da Oscar. Sarò ingenuo, ma ancora propendo per la prima ipotesi.

Le fake news e il loro ambiente

La UE in armi contro le fake
Mercoledì 17 gennaio 2018 il Parlamento della UE a Strasburgo discuterà in seduta plenaria sull’influenza della propaganda russa nei paesi UE e i suoi supposti tentativi di influenzare le elezioni in alcuni stati membri attraverso l’uso della disinformazione. https://multimedia.europarl.europa.eu/en/russia-influence-of-propaganda-on-eu-countries_I149371-A_a

Non è dunque fuori luogo che il dizionario Collins abbia scelto come ‘parola dell’anno’ del 2017″fake news”, come riporta la BBC (http://www.bbc.com/news/uk-41838386). La definizione del Collins è “informazione falsa, spesso sensazionale, disseminata sotto le spoglie di notizia di stampa (news reporting)”. “L’espressione -continua BBC- è associata con dichiarazioni del Presidente Donald Trump quando se la prendeva con i media”.

L’interesse semiotico per il concetto è evidente: tutto ciò che serve a mentire è affar nostro, secondo la famosa affermazione di Eco. Proviamo allora a riflettere sinteticamente sul fenomeno.

Che la menzogna, abbia le gambe corte o meno, sia cosa antica quanto l’uomo è innegabile. Ci sono però molte categorie di menzogne. Fake news, nello specifico, è messaggio ‘disseminated’, propagato ad arte, non semplice bugia in risposta a domande scomode. Le menzogne diffuse per un disegno, ben preciso o genericamente mirato, sono strumenti che il mentitore adopera per procurare danno agli avversari e vantaggi a sé e la sua parte.

Fake News e Gossip
Non si devono confondere fake news e pettegolezzo. La differenza può sfuggire, perché spesso la fake si maschera da gossip. Vengono rivelati affari privati di persone importanti che (si presume) esse non vorrebbero far sapere. Ma sono falsi. Quando riguarda un personaggio, dunque, la fake è equivalente alla calunnia o diffamazione a mezzo stampa. Assieme alla calunnia, tuttavia, viaggia anche la sorella, l’adulazione, che viene in genere stigmatizzata nelle dittature e nelle democrature, dimenticando i servizi elogiativi su questo o quel politico che compaiono su magazine e siti web di paesi democratici, le raffinate photoshoppature dei manifesti elettorali, le interviste inginocchiate di giornalisti e host televisivi compiacenti.

Calunnia o adulazione, il gossip non è fake news. Esse però lo parassitano, si mascherano con la sua effigie. La diceria in cui consiste il pettegolezzo (sul quale mi permetto di rinviare a “Per una semiotica del gossip”, in Gossip. Moda e modi del voyerismo contemporaneo, BUP 2010) non è fake news, in quanto il valore del pettegolezzo è nella sua autenticità. Il gossip fiorisce proprio quanto più rivela aspetti veri, per quanto spiacevoli, di una società che li cela. Il gossip può a volte essere calunnia, diffamazione, maldicenza, ma non può esserlo sempre o a lungo. Infatti, nel momento in cui l’iniziatore del pettegolezzo mente, la rete dei pettegoli si divide in chi inganna e in chi è ingannato, e se colui che rivende una notizia falsa senza sapere che è falsa viene sbugiardato, rompe il legame di fiducia con il propagante e cessa di ascoltarlo o comunque di propagare le sue notizie. Siccome il gossip si basa sulla diffusione riservata dei messaggi in una rete sociale, la rottura del contratto fiduciario distrugge una porzione della rete. Per questo il pettegolezzo preferisce l’iperbole, la deformazione, alla menzogna tout court. Questo non toglie che porzioni di una rete di gossip possano dedicarsi, per un certo tempo e con un certo numero di complici, alla denigrazione o al mobbing.

Fake News e mass media
Avendo provato a definire come fake e gossip si distinguono e si mescolano, è però necessario allargare l’orizzonte ai media, in quanto le fake sono solo un fenomeno mediatico, mentre il gossip esiste sia nei gruppi sociali sia su media ad esso dedicati.

Le fake news come fenomeno mediatico si rifanno certamente alla propaganda, politica o bellica, definibile come “tentativo deliberato e sistematico di plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento al fine di ottenere una risposta che favorisca gli intenti di chi lo mette in atto.” (http://www.treccani.it/enciclopedia/propaganda/). La propaganda, tuttavia, non è necessariamente menzognera, anche se il termine implica comunque “un certo grado di occultamento, manipolazione, selettività rispetto alla verità” (ib.). In situazioni di forte contrapposizione tra parti, come guerre, conflitti sociali e politici o campagne elettorali, l’intensità e la falsità della propaganda tendono ad aumentare, in ossequio al tanto criticato ma altrettanto praticato assioma machiavelliano sul fine e sui mezzi. Durante la prima guerra del Golfo CNN produsse probabilmente notizie del tutto false (https://www.youtube.com/watch?v=jTWY14eyMFg), ma praticamente tutte le guerre sono accompagnate dalla propaganda. Allo stesso modo, le campagne di disinformazione hanno attraversato tutti i decenni della guerra fredda, e continuano tuttora, trovando nella rete un ambiente particolarmente adatto. Non c’è molto da meravigliarsi se la Russia attua o favorisce campagne di informazione in rete: Putin viene dal KGB sovietico, che è l’inventore della dezinformatzija (https://it.wikipedia.org/wiki/Disinformazione), validamente emulata dai servizi occidentali.

La rivoluzione dell’accesso
Le fake news, soprattutto, nascono e vivono nella rete, e il loro impatto è dovuto al cambiamento epocale che il “news report” ha subito nei processi produttivi, distributivi e ricettivi dell’informazione. Dalla nascita dei mass media all’avvento di internet le notizie erano tali perché provenienti da una fonte che corrispondeva a un’organizzazione; oggi invece non solo le fonti si sono moltiplicate immensamente, ma si sono polverizzate fino a corrispondere, in molti casi, a iniziative individuali. Blogger, youtuber, social networker anche molto famosi, sono spesso singoli individui, che danno vita a organizzazioni se e quando i profitti lo permettono. Non solo, ma creare un sito web o un account corrispondente a una qualsiasi pseudo-organizzazione è facilissimo. Le fonti delle notizie possono apparire e scomparire nella rete come bollicine nell’acqua.

A questo si aggiunga che gli oggetti digitali (testi di qualsiasi tipo) si possono duplicare infinitamente senza perdita di qualità, e in gran parte si possono anche manipolare senza lasciare traccia o quasi. Immagini e video possono essere ritoccati e alterati molto facilmente, rendendo possibile la trasformazione di una notizia vera in fake, l’assemblaggio di falsità e verità, la mimetizzazione delle fonti, e altri trucchi.

Dal lato della ricezione, quindi, non c’è da meravigliarsi se troviamo una grande confusione nella validazione delle fonti. Il pubblico generico non è stato educato ad analizzarle e giudicarle, forse anche perché i pochi grandi emittenti non avevano molto interesse a farlo. La diffidenza nei confronti dei media ‘ufficiali’, quindi, non si è diffusa nell’opinione pubblica solo a causa dei tweet di Trump o della propaganda putiniana o nordcoreana, ma in parte è giustificata da casi evidenti di produzione di notizie false e di un generalizzato uso dello spin e dell’agenda setting a vantaggio dei punti di vista degli emittenti e dei loro stake holders.

Echo chambers e nebulizzazione delle fonti
Tutti questi fattori, e altri, hanno contribuito a creare una situazione di confusione nella quale il post proveniente da una fonte ignota o da un passaparola assume la stessa o maggiore validità di quello di un autorevole quotidiano. Il fenomeno delle echo chambers (https://en.wikipedia.org/wiki/Echo_chamber_(media)) è legato alla tendenza di ogni individuo ad aggregarsi ad altri che la pensano in maniera analoga, ma si fonda anche sulla costante svalutazione dell’autorevolezza dei media ‘ufficiali’. E non è un fenomeno del tutto nuovo. Negli anni 60-70, in Italia e non solo, gli ambienti alternativi avevano costruito reti di controinformazione che si ponevano proprio come fonti alternative ai poteri dell’informazione. Di conseguenza la nozione di informazione si è dilatata fino a perdere la precisione del contorno: oggi la notizia è quello che un utente riceve dai canali news ai quali è connesso abitualmente, o in risposta a stringhe che digita su Google. Se non ha una competenza specifica sulla qualità e tipologia delle fonti, sulla produzione di notizie e sulle tecniche di manipolazione, se non ha il tempo e l’attitudine per il debunking, il suo sistema di opinioni e credenze rischia di essere colonizzato da credenze false fino al ridicolo. Sia detto per inciso, la formazione liberal, laica e politically correct, che si astiene dall’insegnamento di principi ideologici, etici o tradizionali, se non è accompagnata da una rigorosa educazione alla critica razionale, alla logica argomentativa, alla retorica e alle strategie di propaganda, non fornisce alla persona gli strumenti per formare adeguatamente la propria opinione. Il saggio “Come rendere chiare le nostre idee”, di Charles Peirce, a mio parere uno dei più bei testi mai scritti su questo argomento, oggi è ancora pienamente attuale.

Siamo tutti broadcaster
La storia dei media, dalle affissioni alla TV generalista, è stata quella di una continua estensione dell’audience, fino alla ‘mondovisione’. La tecnologia dell’accesso praticamente consente a tutti i soggetti riceventi di essere anche emittenti: il costo di produzione e distribuzione dell’informazione si riduce in pratica a zero. Oggi non c’è nessun ostacolo tecnico a che un video prodotto in casa da un non professionista venga visto da un miliardo di persone.

In una tale situazione, un soggetto organizzato può, utilizzando alcuni accorgimenti informatici come i bot, piccoli programmi che simulano il comportamento umano, far arrivare una notizia di qualsiasi tipo a un gran numero di utenti senza rivelare la fonte. E’ l’ordine di grandezza che è cambiato: i partecipanti a una comunicazione personale di un privato cittadino, prima di internet, erano quelli ai quali poteva inviare una lettera o telefonare, al massimo poteva usare la pubblica affissione, stampare libelli o distribuire volantini, ma doveva sottostare a determinate regole ed era facilmente controllabile. Mentre scrivo, i followers di Donald Trump su Twitter sono 46,4 milioni, e queste persone sono a distanza zero -in termini di filtri- dallo smartphone del Presidente degli USA. Ma la distanza è la stessa per qualunque utente. E infatti, sotto i tweet di Trump è possibile leggere i commenti di chi è d’accordo e di chi non lo è, postare foto contro le sue proposte di legge e criticare quello che scrive. In genere i media tradizionali riportano solo i tweet del presidente, e quasi nessuno sottolinea come gli utenti rispondano a questi tweet, a volte anche in modo piuttosto veemente. Internet ha abbattuto la distinzione tra comunicazione di massa e comunicazione privata. Oggi l’individuo deve difendere la propria comunicazione privata dall’invasività di messaggi gestiti come media di massa. Non esiste più un canale totalmente riservato: call center e spamming hanno colonizzato i due canali one-to-one per eccellenza, telefono e posta. La messaggistica consente di selezionare i propri contatti, ma con difficoltà.

La condivisione dei contenuti è sempre più selettiva
In questo ambiente brulicante di informazione gli individui tentano naturalmente di costruire e presidiare reti di connessione personali, non sempre echo chambers. Molti hanno alcuni servizi dai quali ricevono notizie, e una rete più o meno ampia di amici, parenti e conoscenti che gli inoltrano informazioni e ai quali le inoltrano a loro volta. Ognuno assegna un grado di credibilità a ogni pezzettino di informazione, ma non solo. Anche un grado di piacevolezza, divertimento, ecc. Se ricevo news, ad alcune credo più che ad altre. Se ricevo barzellette, alcune mi fanno ridere più di altre. Il grado di credibilità assegnato dipende dalla competenza e dall’orientamento di ogni individuo. Il gradimento è un dato soggettivo, influenzato da molti fattori, individuali e circostanziali. Ma quanto la credibilità vale il gradimento. Se ricevo su WhatsApp una barzelletta pesantemente anti-governativa, specie se è allusiva o volgare, il gradimento può dipendere anche dalla mia posizione politica, e la scelta delle persone alle quali inoltrarla dipenderà anche dalla reazione che immagino possano avere. In una società nella quale il rispetto per le opinioni altrui è tale che la mera espressione delle proprie idee può essere considerata offensiva, si genera una pressione verso una condivisione dei contenuti selettiva: ognuno finisce per esprimersi liberamente solo con chi ritiene affidabile. Ancora una spinta verso le echo chambers. Uno spazio sociale chiuso entro i confini di un orientamento ideologico diventa terreno fertile per la disseminazione di fake news, anche involontarie.

Post-verità, militanza e terroristi del post
Verità e gradimento sono aspetti cognitivi ed emotivi, mentre la comunicazione, come la semiotica ha detto da tempo, possiede un fondamentale aspetto performativo. Non solo dice, ma fa.

Se affrontiamo infatti le fake news solo dal punto di vista della verità e della condivisione andiamo poco lontano: riusciamo a spiegare perché circolano, ma non perché si diffondono con tanta pervicacia e perché suscitano tanto allarme. Spesso si sente lamentare l’ignoranza delle persone, che continuano a far girare, per esempio, notizie false che gettano in cattiva luce la classe politica italiana e in particolare il governo. Il fatto è che a molti non interessa affatto se le notizie sono vere o false. Il desiderio di fare del male ai politici, specie se visti come espressione del potere, in quanto soggetti disonesti e incapaci che si arricchiscono con il denaro dei cittadini, prevale su ogni preoccupazione di verità. Siamo appunto nel dominio della post-verità, che infatti fu parola dell’anno del 2016 secondo l’Oxford English Dictionary (https://en.oxforddictionaries.com/word-of-the-year/word-of-the-year-2016). La post-verità è legata a una parola molto meno di moda: la militanza, così importante nella formazione ideologica dei partiti e di altre affiliazioni. Il militante non si deve chiedere se la notizia che gli viene chiesto di accettare e diffondere è vera, ma solo se giova al partito e nuoce ai nemici. Se un tempo la militanza avveniva entro i partiti e le organizzazioni, oggi ogni utente di uno smartphone è un potenziale partigiano nascosto che per qualche minuto al giorno compie i suoi piccoli atti di ribellione all’interno di un processo di massa. In realtà ognuno di noi è un terrorista dormiente del whatsapp… Molti messaggi diffusi nei social sono accompagnati da inviti espliciti: “E’ una vergogna, invia questo messaggio a più persone che puoi”, e altrettanto spesso si usano espressioni come “Non troverai questa notizia sui giornali e in TV, perché non vogliono farcelo sapere!” Si tratta di una facile profezia: dato che la notizia non esiste, o è stata deformata, non si troverà certamente da nessuna parte. Raramente queste notizie forniscono indicazioni su come avere una conferma dei fatti asseriti. Ma chi siamo ‘noi’? Chi è questo enunciatore implicito al quale i messaggi fanno appello? Quando viene descritto è generalmente raffigurato come ‘il trombato’, il contribuente salassato dal fisco, l’automobilista tartassato dall’autovelox, il lavoratore licenziato, in sintesi una vittima di un sistema opprimente in genere identificato con lo Stato o i politici che lo rappresentano.

In generale, la verità della notizia passa in secondo piano rispetto al suo impatto emotivo e pragmatico. Il singolo ricevente-emittente, indignato, si chiede semplicemente se il suo atto contribuisce alla lotta alla quale sta partecipando come guerrigliero dei social. Le fake news si diffondono perché ‘risuonano’ con un atteggiamento di rivolta, aggressività e protesta nei confronti di persone o istituzioni, non perché sono vere.

Strategie divisive
E’ evidente che in questa situazione vi sono molte opportunità per azioni strategiche di disinformazione. In occasione di elezioni, per esempio, la diffusione capillare e massiccia di fake news può effettivamente orientare la scelta di certi profili di elettori, dagli indecisi ai ‘decisori dell’ultim’ora’.

In generale, sono agevolate le strategie che si appoggiano su questioni divisive. Se troviamo un argomento, per esempio l’atteggiamento verso i migranti, che divide l’opinione pubblica in due parti comparabili, più o meno due metà, la strategia sarà di diffondere messaggi che rafforzano entrambe le posizioni. A un video che elenca stupri fatti da immigrati, corrisponderà d’altra parte la notizia di un gruppo di attivisti di ultradestra che prende a botte una coppia di colore. Il risultato è che il primo messaggio circolerà tra gli anti-immigrati, i quali trascureranno l’altro, e viceversa. Ma quello che è più importante in questo tipo di strategia è confondere la grande massa di chi non ha una posizione pregiudiziale. Chi cerca di avere un’opinione ragionevole si troverà nella necessità di ragionare, discriminare, costruire la sua posizione su distinzioni. Si produce così un modello di valori che contrappone idee nette ed emozionali (“Basta immigrazione! Fuori i clandestini!” VS “Bandire i neofascisti! Solidarietà e protezione per i migranti!”) a idee articolate e razionali (“Gestire e regolare l’immigrazione, ma garantire i diritti e la sicurezza di tutti”). Nel marketing si sostiene che i messaggi emozionali tendono a prevalere su quelli razionali. Sicuramente vi sono dati sperimentali che lo confermano, ma personalmente la vedo un po’ diversamente.

Cultura del desiderio e scelte emozionali
Ogni individuo e ogni gruppo prendono decisioni sia su basi razionali sia su basi emozionali, o mescolando le due motivazioni. Pensate a come fate la vostra scelta dal menu di un ristorante. Chiunque non abbia seri problemi mentali sa che le decisioni prese senza riflettere sono rischiose, anche se a volte gratificanti. Tuttavia le mode culturali sono molto influenti, e la nostra cultura è fortemente orientata a considerare la soddisfazione del desiderio l’obiettivo più importante della vita. E il desiderio di per sé è irrazionale, istintivo, libero, creativo e forse sovversivo. Ciò non toglie, tuttavia, che il desiderio sia anche fortemente influenzabile.

Molti di noi, per esempio, vorrebbero essere ricchi, perché in tal modo pensano che potrebbero prendere più decisioni d’impulso e soddisfare più desideri. Decidere in maniera più o meno razionale è un abito che dipende in buona parte dall’educazione e dall’ambiente in cui viviamo. Penso che dalla nascita e dallo sviluppo della società consumistica la spinta a prendere sempre più decisioni emotive sia aumentata notevolmente, non tanto per un immorale interesse dei grandi manipolatori (primo tra tutti il sistema pubblicitario) ma per il fatto che prendere decisioni impulsive ed emozionali viene collegato alla soddisfazione dei propri desideri. D’altra parte, mai una società era esistita nella quale l’unico ostacolo tra un individuo e qualsiasi bene o servizio disponibile fosse solo il denaro e il denaro stesso fosse ottenibile in tanti modi diversi e continuamente crescenti.

Se in una cultura, meglio ancora in una civiltà, l’atteggiamento verso il desiderio è questo, è determinato in modo speculare anche l’atteggiamento verso il suo opposto: il fastidio, la repulsione. Se ci riflettiamo un attimo, i prodotti che risolvono un fastidio sono pubblicizzati quanto e con gli stessi schemi di quelli che soddisfano un desiderio. E anche in questo campo non si può negare che enormi cambiamenti sono avvenuti. Dall’aria condizionata agli antidolorifici, dai deodoranti agli abiti confortevoli, sforzi immensi vengono fatti ogni giorno per risolvere i problemi dei consumatori e dei cittadini. Mi viene in mente una serie di cartoons della Disney la cui sigla si conclude ogni volta con le parole “…e il problema non esiste più!” Il leit motiv è insegnare al bambino che ogni problema si può risolvere con il ragionamento e i giusti strumenti. Entrambi però appaiono come per magia al momento giusto.

Purtroppo, materie come la logica, il decision making, la valutazione delle fonti (che persino un contadino che andava alla fiera a comprare una vacca sapeva fare…) non fanno parte dei curricula scolastici e non hanno molta audience in TV.

Vax e no-vax: un tema esemplare
Se non inquadriamo il problema delle fake news in questo orizzonte culturale epocale, non riusciremo a risolverlo. Uno dei terreni più insidiosi, per esempio, è quello delle vaccinazioni. Una vera guerra tra parti opposte è in corso in Italia e in tutto il mondo. Ma alla base vi sono due fattori fondamentali: la sfiducia nella sanità pubblica e l’ansia delle madri per la salute del proprio figlio. Il carattere statistico dell’efficacia delle campagne vaccinali e la complessità della relazione causa-effetto nella valutazione delle reazione avverse non consentono di semplificare a sufficienza la comunicazione, mancando le basi culturali nei riceventi. In particolare in Italia, metodo scientifico e teoria della probabilità restano materie estranee alla formazione scolastica. In tal modo l’echo chamber antivax è difesa da invalicabili muri di notizie di bambini vaccinati soggetti a patologie gravi e compromissione dei politici con le multinazionali dei farmaci, quest’ultime spesso non fake. E’ ovvio che le stesse mamme antivax si incatenerebbero davanti alle ASL se ci fosse un’epidemia di polio e i vaccini venissero lesinati o negati. Ma non c’è nessuna epidemia percepibile, e nessuno si è curato di introdurre la storia della sanità nei programmi scolastici, mentre i media sono pieni ogni giorno di notizie sulle grandi aziende avvelenatrici e inquinatrici. Quindi il terreno è fertile per le fake e per le quasi-fake e per le notizie semplicemente vere. E il ragionamento più semplice ed emotivamente facile prevale: il vaccino è obbligatorio (imposto da uno Stato inaffidabile e da politici compromessi), lo vedo, viene inoculato, e può far male. Questo è vero. La malattia non c’è, non è grave, è invisibile e non è detto che il bambino la prenda, e anche questo è vero. Dei due rischi, individualmente è più alto il primo. Si elimina un fastidio, dato che l’ansia da vaccino prevale sull’ansia da malattia. La teoria dei giochi, il dilemma del prigioniero, sono tutte cose che nessuno si preoccupa di insegnare a scuola o spiegare in televisione.

La decisione di impulso è facile, è più piacevole. Se poi si sceglie una posizione emozionalmente, e se si frequenta l’echo chamber adatta, tutto diventa più facile ancora. Amici e nemici sono nettamente separati e si può diventare un partigiano militante: postare e condividere, commentare e rilanciare.

Semiosi della liquidità
Ancora una volta vediamo che la comunicazione, e la semiosi come flusso che costruisce l’enciclopedia individuale e collettiva, sono processi a spirale, che giro dopo giro configurano e riconfigurano credenze, opinioni, giudizi, valori. Il cambiamento epocale è, al momento, nella grande complessità di voci che parlano al singolo, spesso in maniera dissonante, su argomenti e temi del tutto diversi. E il singolo, a sua volta, formato in una cultura della rapida soddisfazione del desiderio, cerca soluzioni semplici e facili, e rifiuta i fastidi, disorientato da una complessità che non ha gli strumenti per affrontare.

E’ un dato facilmente verificabile che, in questa cultura, costruire e mantenere opinioni solide e durature, connesse tra loro da una logica legata a principi generali, cioè quella forma di mentalità (chiamiamola borghese?) prevalente fino agli ultimi decenni del secolo scorso, non viene più considerato il comportamento proprio di un individuo o cittadino maturo e consapevole. Oggi la mutevolezza dei pareri, la fluidità delle opinioni, persino la continua revisione delle credenze (ciò che si crede vero) è accettata come diritto e praticata anche da politici importanti e capi di stato. Di conseguenza, siamo tutti liquisi, continuamente aperti alle ultime notizie, alle ultime novità, ai cambiamenti, ci adattiamo alle stagioni come il leoncello dantesco “che muta parte dalla state al verno”.

Conclusioni
Concludere questo saggio (che ha già mentito sulla propria lunghezza)  lamentando la crisi dell’occidente sarebbe di scarso supporto al lettore, che spero voglia formarsi un’opinione personale più che ricevere un’ennesima soluzione istantanea. Rinunciando perciò alla mia quota personale di liquidità, assumo l’onere di qualche proposta.

E’ necessario che uno sforzo massiccio venga fatto non verso la repressione delle fake news, che è difficile, probabilmente impossibile, e soprattutto pericolosa per la libertà di espressione. Purtroppo politici di alto livello si sono già espressi in questa direzione in tutto il mondo, domandando leggi ‘anti fake’. Ma se combattere il comunismo e il capitalismo erano già imprese piuttosto ardue, pensare di farla finita con la menzogna appare francamente un obiettivo un po’ al di sopra delle attuali capacità di qualsiasi governo.

Per combattere le fake bisogna somministrare potenti ricostituenti culturali all’opinione pubblica, attraverso i media e il sistema educativo. Bisogna insegnare a pensare meglio, a capire, bisogna spiegare che la verità è qualcosa che si indaga. Bisogna, insomma “rendere chiare le nostre idee”.

Verità A Richiesta (VAR)

Com’è noto, nel campionato di calcio di serie A 2017/2018 è entrato in funzione il VAR, acronimo di Video Assistant Referee, che funziona più o meno così: due assistenti di gara collaborano a distanza con l’arbitro, esaminando i filmati in alcune situazioni incerte che vengono definite match-changing situations (situazioni che possono cambiare una partita): gol dubbi, falli da rigore, falli da espulsione, errori di identità nei casi di ammonizione o espulsione. Solo l’arbitro può chiedere di visionare un episodio dubbio, in un apposito monitor che è collocato a bordo-campo, o su sua iniziativa o su segnalazione degli assistenti di gara: in quel caso sospende la partita indicando con le mani la forma di uno schermo, come l’aruspice che con il bastone ritaglia un lembo di cielo. Sarà lui ad avere l’ultima decisione. Ma in realtà richiamando il VAR l’arbitro esaudisce un desiderio maturato in anni e anni di trasmissioni televisive, processi, moviole e movioloni, discussioni estenuanti del lunedì sera coordinate dal fu Aldo Biscardi, che con aspra cadenza molisana invocava la moviola in campo già negli anni Ottanta. Ora è arrivata, e per uno strano gioco del destino proprio poco prima che Biscardi morisse. Ma cosa ci possiamo aspettare davvero da questo nuovo sistema?

Gli arbitri senza VAR sbagliavano perché il gioco del calcio è complesso, il campo molto ampio, il ritmo veloce, i contatti spesso dubbi e le simulazioni ben mascherate. Ma le trasmissioni sportive anziché praticare una benevola indulgenza, spesso per ragioni di share adombravano dubbi sulla limpidezza del sistema e persino sulla buona fede dei direttori di gara, scatenando così le reazioni anche aggressive dell’opinione pubblica. Un vecchio e geniale Presidente dell’Ascoli, Costantino Rozzi, parlava sempre della sudditanza psicologica che avrebbero gli arbitri nei confronti dei grandi club. Del resto Michel Foucault ci ha insegnato che la verità (anche quella calcistica) è sempre legata al (e determinata dal) potere. Di qui la richiesta pressante del controllo tecnologico in campo, per ristabilire – appunto – la verità. Va ricordato però che le riprese video sono una rappresentazione di ciò che succede nella realtà del campo, sono una racconto di quanto è accaduto: il cronista della carta stampata descrive con le parole, il vignettista rappresenta con i suoi disegni, la televisione ripropone la realtà con le sue telecamere, con le sue postazioni e le sue tecniche, con le velocità alterate (slow-motion e fast-motion) e le prospettive modificate. Non esiste una rappresentazione neutra della realtà, e già negli anni Settanta Umberto Eco spiegava al pubblico ancora poco scaltro come anche le riprese in diretta, lungi dal riportare la realtà oggettivamente, costruiscono “effetti di realtà” attraverso l’uso dei propri mezzi, le angolazioni, le luci, i rumori. La diretta è un insieme di scelte effettuate per costruire “effetti di veridizione” (si pensi alla classica telecamera traballante del videomaker embedded sugli scenari di guerra, con il noto effetto tremblé, o bugée: il segno mosso come diceva Ėjzenštejn). Oggi dopo decenni di studi massmediologici è ampiamente diffusa l’idea che la televisione traduce la realtà con i propri mezzi e le proprie tecniche: e ogni traduzione, si sa, è un po’ infedele. Del resto nessuno si sognerebbe mai di dire che il telegiornale descrive in modo neutro e oggettivo la realtà. Curiosamente, invece, si pensa di poter trovare la “verità calcistica” proprio nella rappresentazione televisiva. Il pubblico si acquieta perché “lo dicono le immagini”, ma Roland Barthes ha dimostrato che le immagini, con la loro forza iconica, seducono e illudono, fanno sembrare neutro e naturale ciò che è costruito con la tecnica e la strategia. Peraltro proprio i vecchi processi serali mostravano come non ci fosse quasi mai accordo tra i commentatori nell’esame di certi episodi incriminati. Ora con il VAR gli assistenti e l’arbitro stesso devono in ogni caso interpretare le riprese televisive: il che induce a sospettare che la vecchia sudditanza psicologica (l’influenza del potere sulla verità, direbbe Foucault) possa ripresentarsi sotto mentite spoglie, davanti a un monitor che sembra svolgere la funzione dell’Oracolo di Delfi.

var

Credo che questa “illusione di verità” sia in parte alimentata dal progresso tecnologico. Già la tecnologia ha favorito una maggiore spettacolarizzazione del calcio e abbiamo visto tutti come le numerose telecamere che si muovono per il campo, le regie mobili e immobili, le strumentazioni avanzatissime che consentono di spaccare in quattro i fotogrammi abbiano modificato comportamenti e riti calcistici: i giocatori oggi esultano con fantasiose coreografie teatrali e se sbagliano un tiro si mettono le mani nei capelli, guardano il cielo e sgranano gli occhi come personaggi caravaggeschi, mentre Riva e Rivera avevano modi controllati e direi discreti sia di esultanza che di sofferenza. Oggi gli allenatori parlano con le mani davanti alla bocca per coprire il labiale, proprio come i ministri in Parlamento: accorgimenti che Trapattoni e Mazzone, com’è noto, non hanno mai preso. Ora stiamo osservando le novità che il VAR impone alla liturgia del calcio: i nuovi gesti dell’arbitro che richiede supplementi di verità (Verità A Richiesta), la sosta piena di suspense dell’arbitro davanti al monitor, le nuove pause per mangiare le noccioline o fare due chiacchiere, come già avviene in altri sport tecnologizzati. Ma soprattutto la tecnologia ha rafforzato la sensazione di poter controllare e riprodurre fedelmente ciò che avviene in campo, di poter ricostruire una verità oggettiva. Ma un fallo di mano in area che appare evidentemente involontario, nello slow-motion della moviola apparirà probabilmente volontario: dov’è la verità, nel campo o nel video?

Beninteso, io non sono contro l’uso del VAR e della tecnologia nello sport (nel tennis abbiamo visto all’opera l’«occhio di falco»). Non conviene mai fare battaglie in nome della conservazione e del passatismo, e il VAR può senz’altro aiutare nel prendere certe decisioni. Voglio solo sostenere che se in campo un episodio risulta dubbio, non sarà il VAR a fornire una verità incontrovertibile. Il VAR può dare forse l’illusione di una certezza, ma deve essere chiaro che è solo una versione in più con cui fare i conti. Kurosawa nel suo celebre Rashomon ha descritto in modo magistrale come un fatto (in quel caso un omicidio) possa essere ricostruito in tanti modi diversi, con la verità che si disgrega davanti agli occhi del giudice e dello spettatore. In Blow up di Antonioni un fotografo si accorge nella camera oscura di aver fotografato un omicidio: ma nel momento in cui va a fare un ingrandimento per vedere meglio, l’immagine comincia a mostrare un altro scenario e la realtà si dissolve. L’omicidio è avvenuto realmente? E il fallo in area di rigore?

I filosofi del «nuovo realismo» (Maurizio Ferraris in testa) potrebbero dire che la mia è una posizione relativistica e nichilistica (Nietzsche diceva che non esistono fatti ma solo interpretazioni!). Non è così, io credo che la realtà esista (in questo caso sono i fatti che avvengono in campo): piuttosto non ho mai creduto alla Verità Unica e – per così dire – “innocente”, cioè avulsa da un sistema di forze e controforze. I tifosi potrebbero pensare invece che io sia anti-VAR perché tifoso della Juventus, una squadra che sembra sia stata fortemente avvantaggiata da scelte arbitrali pre-VAR (ma sarà vero?). Non è così. Ho un forte attaccamento, e da molti anni, per i colori bianconeri: ma sono quelli dell’Ascoli.

 

Schiamazzi digitali

È successa una cosa molto divertente proprio venerdì 21 luglio. L’Università di Bologna, attraverso il suo braccio chiamato ‘Human Resources Strategy for Researchers’, ha inviato una mail a tutti i ricercatori (che sono tanti), chiedendo di rispondere a un questionario online. Con una certa ingenuità, come spesso accade peraltro dentro Unibo, non è stato usato un indirizzo ‘no reply’, e neppure lo stratagemma di mettere i destinatari in ccn, cosa che ormai sanno anche i bambini. Ma tutti potevano vedere l’indirizzo di tutti, perciò, cliccando su ‘rispondi a tutti’, si poteva scrivere praticamente a tutti i ricercatori dell’Ateneo.
Ebbene, il questionario, come a volte capita con analoghi strumenti della nostra amatissima Alma Mater, non era stato testato a sufficienza e molti si sono trovati a disagio, rilevando errori e difficoltà di invio del test. Tutti sanno quanto sia irritante rispondere a 30-40 domande e poi scoprire che non è stato inviato il form e le devi rifare tutte. Se capita due volte, quasi ogni essere umano, se non vi sono cospicui premi in denaro o dure sanzioni, manda a quel paese il quiz e chi lo ha fatto.
Un collega, però, dopo tale rinuncia, ha pensato bene di scrivere a tutti, mettendo in cc il prorettore alla ricerca, facendo presenti le sue difficoltà.
Immediatamente, con il noto effetto che porta a imitare chi scaglia la prima pietra, tutti quelli che avevano avuto problemi con il famigerato questionario, chi perché ‘io ho il mac’, chi perché ha scoperto un bug, insomma per innumeri motivi, hanno cominciato a loro volta a cliccare su ‘rispondi a tutti’ avanzando le loro critiche.
Io leggevo le mail e mi chiedevo quando sarebbe iniziata la seconda fase della crisi di una lista non moderata: il ‘cancellatemi per favore’.
Ed ecco, inevitabilmente, alla ventesima mail di critica arrivano le prime ‘per favore non scrivete a tutti’, che ovviamente sono inviate da tante persone simultaneamente, e dunque generano altro spam e altre ‘per favore non scrivete a tutti’, ovviamente inviato a tutti. Diciamo che venti mail di protesta, più dieci di ‘non scrivete a tutti’, fanno sclerare subito chi ha lo smartphone. Lo smartphone ha abbassato la soglia di fastidio da spam, perché ad ogni mail emette un segnale, che va da un discreto bip a scampanellii e orchestre di ottoni. Immaginate il sereno professore universitario, che venerdì 21 luglio se ne sta in montagna o al mare o a casa a scrivere un articolo che doveva consegnare due settimane prima, che improvvisamente vede impazzire il proprio iphone o android.
Ed ecco piovono le mail di ‘cancellatemi per favore da questa lista’. I poveri docenti non hanno capito che non è una lista con opt out. Ci sei iscritto perché sei un ricercatore. E in ogni caso è venerdì e non c’è assolutamente nessuno che gestisce la lista. Infatti Giovanna Cosenza, che di media se ne intende, lo fa presente con una mail: “Guardate che fino a lunedì nessuno vi cancella. Smettete di inviare mail.” Ma anche questa è una mail. E qui vediamo un principio assolutamente basilare nella comunicazione dei primati (nel senso di scimmie): quando in un gruppo di umani tutti iniziano a parlare sovrapponendo le voci, la spinta imitativa diventa fortissima e tutti vogliono dire la loro. A un certo punto il contenuto che tutti vogliono esprimere è ‘smettete di fare casino’, e un numero sempre maggiore di individui inizia a urlare ‘smettete di fare casino’, ‘silenzio’, ‘silenzio’. Tipicamente, il silenzio arriva dopo che quasi tutti si sono messi a urlare ‘silenzio!’, e poi, guardandosi intorno, hanno visto che qualcuno ha smesso di parlare. In genere, c’è un’ultima lotta per stabilire l’ultimo che grida ‘basta, silenzio!!!’ E poi, finalmente, il silenzio arriva.
Subito dopo, emerge l’impulso irresistibile a raccontarsi e commentare ciò che è accaduto.
Lo staff della ‘Human Resources Strategy for Researchers’ ha così potuto accertare che molti docenti della Grande Mamma non conoscono i meccanismi comunicazionali dei social network. I ricercatori, a loro volta, che i raffinati autori dei questionari non sanno che quando hai molti destinatari spedisci a te stesso e li metti in ccn.

Volli goes sharing

Ugo Volli mi scrive or ora “dato che […] ho un sacco di lavoro virtualmente invisibile perché sepolto in riviste difficili da trovare o libri fuori commercio, ho deciso di mettere tutta questa roba in un formato protetto ma scaricabile su un sito – almeno tutta quella che secondo me potrebbe avere ancora qualche interesse per studenti e colleghi”.

Una scelta importante, che inizia ad aprire anche nel nostro settore una riflessione sull’obsolescenza del supporto cartaceo ma soprattutto sulla insensatezza della custodia di testi che non hanno valore commerciale ma hanno un importante valore scientifico.

Volli è un autore che ha al suo attivo titoli che sicuramente hanno dato un risultato economico, ma la maggior parte degli studiosi di semiotica non ricava nulla in termini di diritti, anzi, la pubblicazione di molti testi è finanziata da fondi universitari, sotto diversi titoli.

Dall’altro lato, le richieste degli editori stanno diventando sempre più vessatorie. Di recente ho visto un contratto che imponeva al firmatario, oltre all’ormai diffuso impegno ad adottare il testo per i propri corsi (a volte con comunicazione del numero degli studenti… come se gli studenti comprassero i libri…), l’impegno a ricomprare le copie invendute… Mi sono informato con una legale, ed è assolutamente contrario al principio stesso del diritto d’autore imporre clausole di questo tipo. L’editore, da sempre, rischia assieme all’autore. Non può avere gli utili e scaricare le perdite sull’autore…

Detto questo, la circolazione cartacea dei testi di semiotica in Italia, con poche e salutari eccezioni, è veramente minima. Le tirature sono basse e dopo uno o due anni il libro, se non va in ristampa, è introvabile, sempre che ci sia qualcuno che lo voglia trovare.

In ogni caso, i diritti che gli autori percepiscono sono minimi. C’è da chiedersi veramente perché, a fronte di questa situazione, il vantaggio di una diffusione potenzialmente illimitata in rete non venga scelto più spesso.

Ocula lo sta sperimentando. Alcuni dei nostri articoli sono dei punti fermi in alcuni settori di studio, anche dopo anni, e vengono continuamente scaricati. Tra l’altro, la verifica dei tassi di download dei diversi testi consente di monitorare l’andamento dell’interesse del lettore e dunque anche quello del valore scientifico del testo stesso. Pensare che il valore di un testo non dipenda infatti dal numero di lettori (non dico soltanto da questo…) è abbastanza illogico. La posizione di Eco o di Barthes nella semiotica non si può certo scindere dal numero di copie vendute delle loro opere. Forse questo vale meno per Greimas o Peirce, ma è comunque un fattore indicativo.

L’idea di Ugo Volli è dunque importante. Anche Gianfranco Marrone da tempo mette e disposizione diversi suoi testi (gianfrancomarrone.it), e lo stesso fa Paolo Fabbri (paolofabbri.it), e forse ce ne sono altri, e i commenti a questo post potranno integrare l’elenco. Il sintomo è importante.

I testi accademici in lingue minoritarie come l’Italiano, a mio parere, migreranno presto quasi tutti sul web, in quanto non vi è alcun incentivo economico a pubblicarli. Resta l’incentivo accademico, ma ancora per poco. In questo modo i fondi che si spendono per stampare libri di carta si potrebbero usare per altre iniziative.

I testi di Ugo Volli si trovano all’indirizzo:

sites.google.com/site/profugovolli

E il lavoro di pubblicazione è ancora in corso…