Autore: Giampaolo Proni

The Dirty Turn: la rivoluzione linguistica della Lega nel linguaggio politico italiano

Il linguaggio verbale della politica

Il discorso verbale della politica è uno dei suoi aspetti più significativi.
Alcuni elementi specifici del linguaggio settoriale dei politici lo rendono più facilmente analizzabile di altri. Specificamente, il linguaggio della politica appare il risultato di alcune tensioni o attrattori, a volte cooperanti a volte in relazione dialettica. Di quest’ultimo tipo per esempio è l’opposizione tra l’esigenza di formare un idioma distintivo del proprio schieramento e della propria formazione, e la necessità, contrastante, di avere un terreno in comune con tutte le forze politiche che partecipano al dibattito mediatico e parlamentare. L’osservazione di Habermas sulla necessità di un certo accordo tra gli interlocutori per poter condurre un dialogo, anche di dura opposizione, non esprime altro infatti che la natura sociale del linguaggio.

Le spinte cooperative sono quelle dettate dalla necessità da parte del ceto politico nel suo complesso di distinguere il proprio ruolo sociale da altri quali gli operatori della comunicazione e gli esperti dei diversi settori partecipanti al dibattito mediatico.

Ogni politico e ogni partito, quindi, da una parte vuole e tende a formare un proprio linguaggio, dall’altra deve condividerne almeno una porzione con gli altri partiti per poter dialogare con loro.

Ogni idioletto politico, quindi, ha un proprio bilanciamento tra i due fattori. I linguaggi molto distintivi, cioè più spostati verso il polo identitario che verso quello comune, contrassegnano formazioni più distinte anche per programmi, immagine e posizionamento. Inoltre, la necessità di esprimere un’identità fa sì che il singolo enunciatore non imiti il linguaggio degli avversari o degli alleati, mantenendo costante una certa purezza linguistica,

L’aspetto comunque più evidente del discorso politico è la sua distinzione rispetto al linguaggio comune dei media. Una sola frase pronunciata da un politico, in genere si può distinguere da una frase usate nella cronaca, nel commento politico e nella pubblicità.

Queste caratteristiche di facile distinzione e isolamento rendono relativamente agevole l’analisi del discorso politico verbale. Del tutto diverso sarebbe l’aspetto visivo o sincretico, dove le contaminazioni con altri stili di discorso sono più evidenti.

La rivoluzione linguistica della Lega Nord

In questo quadro, la Lega, già Lega Nord, fin dalle sue origini si è fortemente caratterizzata. Il primo artefice del linguaggio leghista fu il suo fondatore, Umberto Bossi, che rivoluzionò il discorso politico italiano sotto diversi aspetti. I più significativi sono il regionalismo, l’uso di espressioni volgari e le enunciazioni minacciose.

L’Italia, come è noto, usa il toscano solo per scrivere, e presenta un marcato regionalismo nella pronuncia, tale per cui è possibile riconoscere la provenienza linguistica di quasi tutti i parlanti, fatta eccezione per chi ha seguito un corso di dizione. Ciò nonostante, durante la cosiddetta Prima Repubblica la condivisione di una lingua nazionale ha portato i politici a cercare di adeguare il proprio accento, sostenuti anche da una generale educazione di livello universitario e dalla disciplina linguistica dei partiti, tutti (con poche eccezioni) nazionali. Le eccezioni come l’incancellabile pronuncia di De Mita o l’italiano con deciso accento germanico di alcuni parlamentari altoatesini, erano poche. Qualche rappresentante della Sardegna manteneva un forte accento, ma nessuno indulgeva a termini dialettali.

Bossi e la Lega Nord sono il primo partito macro-regionale che rompe l’unità linguistica. Accenti, modi di dire e termini dialettali vengono non solo usati, ma ostentati. Come ogni scelta linguistica, anche questa produce un doppio effetto. Da una parte la fonia regionale indubbiamente abbassa lo status sociale e culturale del parlante (“non sa l’italiano”), dall’altra però, trattandosi comunque di esponenti politici, parlamentari, ministri, inevitabilmente alza lo status di quella pronuncia, la legittima.

La volgarità, sia i doppi sensi sessuali (“la Lega ce l’ha duro”) sia la coprolalia (uso improprio della bandiera nazionale), ha uno spettro semantico anche più ampio. Rappresenta una rozzezza anch’essa plebea, ma connota un ‘parlar chiaro’, un aspetto di popolarità, di orgoglio, appunto, delle classi lavoratrici. La strafottenza del popolo è certamente uno degli aspetti del linguaggio proletario, basti ricordare la famosa risata dell’anarchico (http://vulcanostatale.it/2017/01/una-risata-vi-seppellira/).

Le minacce (famosa quella dei mitra, ma si veda http://www.atuttadestra.net/index.php/archives/32519) sono anch’esse significative. Dopo la nascita della Repubblica, il clima fu per decenni piuttosto teso. Da una parte il PCI era strettamente collegato con Mosca ed era un partito rivoluzionario. Dall’altra, sia pure non in modo palese, non mancavano correnti golpiste e formazioni controrivoluzionarie (si veda il caso Gladio). Ogni accenno all’uso di armi sarebbe stato preso sul serio. Se Berlinguer (lasciamo stare Togliatti…) avesse anche solo usato la parola mitra, le conseguenza sarebbero state gravissime.
Un paragone di questo tipo è assai significativo.
Molti commentatori hanno sottolineato a sottolineano la deriva del linguaggio politico verso scelte lessicali e retoriche sempre più forti e offensive. Tuttavia pochi ne traggono un’altra conclusione, e cioè che l’uso crescente di espressioni forti e di insulti, in un contesto nel quale la messa in pratica di azioni violente è comunque esclusa e, soprattutto, le due parti che se ne dicono di tutti i colori dopo pochi giorni diventano alleati o amici, progressivamente depotenzia le iperboli linguistiche, riducendole a semplici volgarità quotidiane. E’ un modo di fare come quello di certe coppie, che si insultano e si minacciano per poi scambiarsi bacini e carezze dieci minuti dopo, o dei bambini che si prendono a pugni per poi giurarsi eterna amicizia. L’effetto sulla ricezione non è tanto e solo la legittimazione di un lessico volgare e rozzo, quanto la delegittimazione della dimensione veridittiva. La conseguenza più negativa per i politici è che le loro affermazioni progressivamente perdono di forza e di considerazione. Gli annunci propagandistici che mai si avverano erodono lentamente il terreno sotto i piedi come l’acqua del mare sulla battigia. Da una parte, quindi, Bossi inaugura l’era di minacce dai significati denotativi tremendi, dall’altra, però, anche quella del politico che è più una maschera, un cabarettista, che parla per farci meravigliare della propria audacia lessicale, ma le cui affermazioni non hanno conseguenze pratiche.

La rivoluzione linguistica leghista ovviamente ebbe impatto sul linguaggio generale della politica italiana. Sotto questo aspetto sia Matteo Renzi sia Beppe Grillo sono in qualche modo imitatori, o meglio interpreti della svolta linguistica bossiana.

Grillo rappresenta la deriva più chiaramente comica della retorica bossiana, essendo egli stesso un professionista del cabaret. Il suo lavoro teatrale assume ben presto una forte caratterizzazione di satira politica che contiene elementi di proposta, fino a trasformarsi nella fondazione di un movimento vero e proprio. Uno degli eventi che ha inventato, il noto “Vaffa… Day” è un’ottima sintesi del tipo di discorso politico inaugurato dal comico genovese.

Matteo Renzi è l’ala moderata di sinistra del linguaggio bossiano, ma la sua azione linguistica d’esordio, l’uso del termine ‘rottamazione’ rivolto alla dirigenza del PD, ne condensa lo stile. Renzi inaugura una modalità di discorso pubblico del tutto nuovo per la sinistra post-comunista. I passaggi che mira a far passare sui media sono battute di tono cabarettistico, di solito non più che ironiche, miste a boutade non minacciose ma roboanti (come creare una Silicon Valley in Italia o superare l’economia della Germania). Le considerazioni linguistiche non bastano a spiegare le sorti divergenti delle formazioni politiche dei due leader, ma certamente le promesse non realizzate pesano di più per un capo di governo che per un rappresentante dell’opposizione.

Da Bossi a Salvini

L’erede di Bossi all’interno della Lega è tuttavia Matteo Salvini, che prende in mano un partito fortemente indebolito e lo porta ad essere una forza politica con una solida base elettorale e una posizione ancor più influente nell’attuale maggioranza di governo.

Salvini, rispetto a Bossi, lavora per un partito su base nazionale, e quindi non sottolinea, a parte l’accento, gli aspetti regionalisti del suo discorso, almeno sui media nazionali. Il suo linguaggio è più povero e meno immaginifico di quello bossiano, ha abbandonato i guerrieri medievali, i valligiani Bergamaschi che calano a valle, i riti del Dio Po, ecc. Gli attacchi personali e il ‘parlar fuori dai denti’ vengono però ulteriormente rafforzati. Con Salvini, gli insulti e i paragoni offensivi sono più mirati, le enunciazioni meno roboanti ma più ficcanti. Si prenda a esempio “Sapete che la Russia ha scelto di sospendere le adozioni con tutti i paesi stranieri tranne che con l’Italia, perché qui non ci sono coppie gay che possono adottare un bambino. Se è così, viva la Russia.” (https://it.wikiquote.org/wiki/Matteo_Salvini#cite_note-immigrati-29). Mentre il mondo possibile di Bossi era più un mito che un programma politico, le affermazioni di Salvini quasi sempre rinviano a posizioni precise attraverso un lessico rozzo e spesso insultante (es. “La Boldrini è l’ipocrisia, il nulla fatto donna”. [44]). Sulla frastica di Salvini vedi https://it.wikiquote.org/wiki/Matteo_Salvini https://aforismi.meglio.it/aforismi-di.htm?n=Matteo+Salvini&pag=9 https://le-citazioni.it/autori/matteo-salvini/.

Le espressioni volgari, nel linguaggio della Lega salviniana (peraltro parlante quasi con una sola voce), non mancano, come ai tempi di Bossi, ma sono ormai sdoganate (un’espressione come “fuori dalle palle”, che detta da Fanfani avrebbe portato a una crisi di governo, oggi in Italia passa inosservata). Anch’esse, però, sono usate strategicamente, quasi sempre contro qualcuno o qualcosa di preciso. Mentre Bossi faceva teatro, Salvini provoca e insulta con obiettivi espliciti. Se il parlare di Bossi faceva pensare a uno che ha bevuto un po’ e si mette a fare comizi all’osteria, quello di Salvini ricorda un bullo circondato dalla sua banda al tavolo del bar che finge di non aver visto una persona che è entrata e la insulta ad alta voce per provocarla. C’è uno slittamento da una vanteria da commediante a una sistematica azione provocatoria.

E infatti, come ogni provocazione che voglia essere tale, agli insulti si accompagnano le minacce.
Salvini infatti condisce il suo discorso con minacce di interventi pratici. Non i fantomatici mitra valligiani, ma interventi circostanziati, come le espulsioni dei clandestini, le ruspe e le schedature contro i nomadi, la castrazione chimica, ecc. Alcune di queste minacce si sono già concretizzate in fatti.
E proprio questa strategia è innovativa. Salvini mira a porre fine all’epoca delle promesse non mantenute, accompagnando fatti alle enunciazioni. Non certo ogni discorso, ma una certa percentuale di essi si deve trasformare in azione, per poter rivendicare la propria coerenza.
“Un fatto ogni mille parole”, infatti, rispetto a “Zero fatti ogni mille parole”, costituisce già un deciso avanzamento verso “Fatti, non parole”, l’ideale irraggiungibile di ogni politico democratico.
Naturalmente parliamo di ‘fatti’ in un’accezione mediatico-politica, in una situazione mediatica, quella italiana, nella quale l’agenda mediatica equipara eventi e discorsi. Mentre, per tradizione, il giornalismo dà la precedenza ai fatti rispetto alle dichiarazioni, quello italiano mette in risalto molto spesso semplici propositi o annunci. Così, la promessa di Di Maio di dare il reddito di cittadinanza (che ad oggi non è neppure un progetto di legge) a chi lavorerà otto ore al giorno, diventa notizia di prima pagina (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-06-22/di-maio-per-avere-reddito-cittadinanza-8-ore-lavoro-gratis-settimana–115355.shtml?uuid=AEsPelAF).

Oltre alla cosiddetta ‘post-verità’, o forse come variante di essa, assistiamo così a una sorta di ‘fattualità esemplare’, per la quale un’azione unica diventa segno della sua classe, e vale come se fosse diventata la regola. (https://it.wikipedia.org/wiki/Post-verit%C3%A0 https://en.wikipedia.org/wiki/Post-truth_politics). Si tratta di un effetto noto dei media, e sono appunto i media a costituire la variante decisiva nella configurazione del discorso salviniano.

La capacità di Salvini, rispetto a Bossi, è quella di una costanza e coerenza nello stile di discorso trasversale a qualsiasi media, oltre a una presenza quantitativa massiccia, specie sui social (vedi http://www.repubblica.it/politica/2018/06/14/news/matteo_salvini_e_il_politico_europeo_piu_popolare_su_facebook-199008668/ http://www.datamediahub.it/2018/06/12/lo-spazio-mediatico-dei-leader-politici/#axzz5JRZ58o00).

Salvini dice le stesse cose in Parlamento, ai microfoni dei TG, nei comizi e sui social. Bossi non era così pervasivo e non era così disinvolto. Siamo indubbiamente di fronte a una nuova generazione di comunicatori che applica le regole basiche della pubblicità: pochi contenuti e lessico chiaro, ‘tone of voice’ costante, ripetizione incessante. Inoltre, la retorica del fait accompli, in un sistema mediatico nel quale già una dichiarazione assume rilevanza straordinaria, offre spessore alle sua argomentazione.

Dove va il discorso politico italiano?

Il discorso della Lega, oggi, è dunque il proseguimento e l’evoluzione di quello della Lega Nord di ieri, con un interprete che l’ha ulteriormente innovato mantenendolo duro e polemico ma aggiungendo spessore e regolarità, e rendendolo più acuminato. I dati oggi ci dicono che se Berlusconi ha dato il via al cambiamento del linguaggio della politica, per quanto riguarda il verbale (ovviamente sempre sui media), la vera rivoluzione è stata quella leghista.

Qualcuno si potrà domandare come il linguaggio di questa neo-destra populista tipicamente italiana potrà evolversi e se mai ne nascerà un altro capace di opporvisi validamente.
Certamente un primo terreno di confronto sarà tra le promesse e i fatti conseguenti. Certe minacce, come espellere centinaia di migliaia di migranti, saranno messe da parte, altre, più gestibili, potranno esse realizzate, ma resta il punto debole del populismo, vale a dire la sua pretesa di cambiare la realtà senza considerare se si hanno i mezzi per farlo. Così, possiamo immaginare uno scenario nel quale a un certo punto la realizzazione di un programma fallisce visibilmente e porta a una crisi grave, e uno scenario di progressiva svolta moderata nella quale il populismo si stempera in un riformismo più o meno accentuato o in un conservatorismo di ritorno.

Quanto a un nuovo linguaggio, a mio parere vi è una sola possibilità. Se il successo del linguaggio populista sta nella semplificazione, quello di un linguaggio anti-populista sta nella complessificazione. Tuttavia, la possibilità di comunicare la complessità della realtà contemporanea dipende dalla capacità di comprensione dei riceventi, ma la demografia e il basso livello di istruzione post-secondaria in Italia non rendono probabile un rapido cambiamento. Un cambiamento, tuttavia, nel medio e lungo termine è inevitabile. Gli strumenti logici e semiotici di descrizione e analisi degli eventi (politici, sociali, economici, scientifici, ecc) messi a disposizione a partire dagli inizi del ‘900, sia pure lentamente, si diffondono. Si pensi alla consapevolezza del funzionamento della teoria della probabilità, un elemento fondamentale per lo sviluppo socio-culturale, o alla teoria dei giochi.

Quello che andrebbe fatto, dunque, è dar vita a un movimento per l’intelligenza e la cultura, senza curarsi della popolarità iniziale. Un punto però mi sento di sottolineare, che esula dall’analisi del discorso. Un linguaggio rozzo e una pratica brutale non corrispondono necessariamente a un pensiero rozzo e a un’azione inefficace. La cultura e l’intelligenza, dunque, per quanto possano usare strumenti sofisticati per l’analisi e l’elaborazione dei dati, devono comunque mirare a soluzioni che siano le più semplici ed efficaci possibili. La sinistra e il liberalismo dovrebbero ricordare che la loro nascita e il loro successo, a partire dalle rivoluzioni borghesi, sono stati fondati su una descrizione dell’esistente molto più adeguata di quella precedente.

Da Andreotti a Di Maio: la comunicazione politica ieri e oggi

Farà sicuramente parte degli abiti acquisiti dai semiotici quello di vedere opposizioni ovunque, dunque qualche volta anche sforzate, ma quella che mi balza agli occhi in queste settimane in cui in Italia si cerca di formare un governo mi pare solare.

Penso infatti al contrasto tra le trattative della cosiddetta Prima Repubblica e quelle attuali, per come si relazionano con i media e per le logiche argomentative e i contratti di veridizione che prevalgono.

Ieri

1. Un tempo le trattative erano quasi segrete, a volte segrete per davvero; i comunicati dei partiti erano stesi in un linguaggio oscuro che veniva interpretato dagli specialisti. Nessun segretario di partito si sarebbe mai spinto a fare la profferta di un’alleanza in televisione o su un giornale. Le trattative avvenivano privatamente, e solo a contratto stipulato si facevano dichiarazioni alla stampa. Il resto era ammantato dal mistero e oggetto di ipotesi, congetture, rivelazioni più o meno attendibili.

2. Quanto alle logiche, vi era una larga porzione di implicito che non veniva neppure sollevato, ma che era assodato. Si trattava di una cultura nella quale si riteneva sconveniente anche la semplice sottolineatura dei rapporti forza. I segretari della DC e del PCI non si sarebbero mai autodefiniti ‘capo politico’ o ‘leader’. Queste ostentazioni sarebbero apparse ridicole. Il segretario era eletto dal congresso del partito, e rispondeva regolarmente agli organi dirigenti. Il PCI, per tradizione, aveva segreterie di ferro, in diversi casi interrotte solo dalla morte, ma mai e poi mai un comunista si sarebbe arrogato la definizione di ‘leader’ o ‘capo’. Inoltre, nessuno si sarebbe mai permesso di definirsi ‘candidato premier’. La Costituzione era data per nota. L’Italia era (ed è) una repubblica parlamentare, e il presidente del Consiglio dei ministri non viene eletto direttamente. Allo stesso modo, le dimensioni della rappresentanza erano note e per questo taciute. Mai un democristiano aveva bisogno di dire “Siamo il primo partito italiano”. Lo sapevano tutti, come sapevano che era il partito di maggioranza relativa, che non avrebbe mai potuto governare da solo.

3. Altro punto erano la posizioni esplicitate. Si trattava ancora di una cultura nella quale la parola ufficiale di un dirigente di partito, esprimente una posizione a volte faticosamente raggiunta dopo discussioni e mediazioni interne, aveva comunque una sua solidità. Anche perché nessun leader era un capo assoluto, neppure nel PCI o nel MSI, ufficialmente i partiti con riferimenti ideologici più autoritari. Non parliamo della DC, divisa in innumerevoli correnti e sempre attraversata dal farsi e disfarsi di alleanze e consorterie.

Diciamo che c’era una decisa divisione tra uno spazio privato, interno, che era quello degli organi dirigenziali dei partiti, e lo spazio pubblico, da una parte dei congressi, e dall’altra delle istituzioni.

Questo era dovuto anche a un sistema mediatico molto più ridotto (due-tre reti TV generaliste pubbliche, e poi pian piano le TV Mediaset, a partire dagli anni ‘80), niente internet, le prime radio private in FM. Quotidiani e settimanali erano più o meno come ora, però più autorevoli. I quotidiani di partito erano molto più letti. Tuttavia, non erano i media a manipolare la politica, tutt’al più il contrario. Per dare alcuni esempi, trovate qui sotto tre testi tratti da trasmissioni politiche RAI. Appare abbastanza evidente come il discorso dei politici sia più o meno di tipo parlamentare o comiziale, sommesso, controllato e basato sul registro verbale. Si noti che Aldo Moro addirittura legge il suo discorso, cosa oggi inconcepibile. A parte le osservazioni vane su come cambiano i tempi, leggere un testo scritto implica che lo sia sia scritto, dunque ponderato e corretto. Implica una riflessione. Le dichiarazioni twittate o dette a una videocamera, di poche parole e senza preparazione apparente, non per questo non possono essere preparate e persino discusse, ma l’effetto è di enunciazioni rapide, improvvisate, sparate sul momento.

Oggi

Oggi, in seguito a un processo di progressiva trasposizione della politica sui media, in particolare la TV generalista e internet, i tre punti sopra elencati si sono rovesciati, e lo si evidenzia chiaramente dopo le elezioni politiche del 4 marzo 2018.

1. Le trattative segrete sono ovviamente sempre praticate, ma vengono spesso anticipate da dichiarazioni pubbliche, o interviste, a volte estremamente dettagliate. Vi è una specie di esibizionismo comunicativo, del quale spesso si è parlato a proposito dei reality show. Si tratta di un impulso socio-psicologico che si contrappone al pudore e alla privacy e che i nuovi media hanno riportato alla luce. D’altra parte, si può supporre che l’eccesso di rappresentazione sia per i leader anche un modo di scrivere le loro affermazioni in una sorta di registro mediatico, proprio perché si trovano ad agire in un ambiente molto più insicuro di quanto appare. La tendenza a formare partiti personali, e a dare loro l’aspetto di organizzazioni verticistiche, nelle quali vige il Führerprinzip, è di fatto mera apparenza. In ogni organizzazione politica, in particolare quando una parte dei membri è eletta dal popolo, sono ovviamente necessarie mediazioni. Questo è ancor più vero per le coalizioni, che si reggono su contratti fiduciari. Ma soprattutto, la caduta delle fedeltà ideologiche consente spostamenti intra e inter-partito, scissioni, cambi di gabbana, smentite e ribellioni quasi incontrollabili. L’espulsione dal partito, un tempo pena ignominiosa, oggi fa ridere. Al punto che formazioni come i 5stelle hanno introdotto ammende monetarie (non propriamente costituzionali, probabilmente) per assicurare la disciplina di partito. Le esternazioni mediatiche, riservate al leader a causa del personalismo dei media visuali, rappresentano anche un modo per fermare dei punti prima e indipendentemente dal confronto interno.

2. Le argomentazioni mediatiche oggi adottate sono anch’esse molto diverse dal passato. Oggi i rapporti di forza sono da una parte continuamente ribaditi (“Siamo il primo partito”, “Abbiamo avuto 11 milioni di voti”; “Siamo la prima coalizione”, “Abbiamo il maggior numero di elettori”, “Abbiamo perso” “Siamo all’opposizione”), dall’altra appaiono svanire quando si viene ai fatti.

I ragionamenti che giustificano le scelte tattiche (quelle strategiche sono assai incerte) sono assenti, i leader o capi non motivano le loro decisioni. Le trattative tendono ad essere presentate come “contratto”, “punti del programma”, e predominano semplificazioni del tipo “fare cose buone”, “fare il bene del Paese”, che in sostanza non hanno alcun significato pratico.

Se il quadro del passato era quello di un sistema chiuso dentro le mura dei partiti, soggetti impenetrabili e impermeabili, quello di oggi appare un sistema in cui modelli ultra-semplificati vengono continuamente ri-enunciati, ribaditi, ma la forza dell’enunciazione maschera un grande vuoto dell’enunciato. Fuori dal gergo semiotico, si parla a voce alta ma non si dice niente. Se la retorica della Prima Repubblica era quella di una classe politica consociata e imbalsamata ma fermamente al potere, a fronte di un’opposizione che non poteva governare, quella di oggi appare come un’esibizione rituale di forza animalesca priva di efficacia.

3. Per quanto riguarda le logiche dei contenuti politici, la situazione attuale è in apparenza quella di perdita di coerenza e di una cancellazione delle norme di comportamento codificate. A parte le espressioni (come invitare gli avversari politici a “pulire i cessi”, impensabili anche nelle più accese tribune politiche), le alleanze e gli impegni sembrano non creare vincoli e le promesse nascere già destinate ad essere infrante. Si può invitare apertamente un partito a rompere un’alleanza, si può cambiare un programma anche nei suoi punti più significativi, si può pretendere apertamente la presidenza del Consiglio in assenza di qualsiasi supporto costituzionale, si può dire il contrario di quanto si è detto il giorno prima, si possono dichiarare trattative chiuse per sempre e riaprirle il giorno dopo. Si può proporre apertamente al Presidente della Repubblica di ricevere un incarico per presentare un governo alle Camere, sapendo di non avere la fiducia ma per gestire il periodo pre-elettorale. Questo sistema genera un effetto generale di fuzzyness, le posizioni politiche diventano sempre più nebulose, prive di un profilo preciso, ai leader restano solo una voce e una faccia, ma progressivamente si svuotano di sostanza. Nella (cosiddetta) prima repubblica, i programmi di governo erano vaghi, ma i principi generali erano granitici (per esempio, la DC era per la NATO e con gli USA, il PCI era per l’URSS e anti-atlantico) e le promesse clientelari (stipulate sottobanco o quasi) generalmente rispettate. Lo Stato era occupato da una maggioranza eterna che si poteva permettere anche azioni illegali, quando giustificate dalla ragion di stato.

Ora pare che né i principi né le promesse abbiano consistenza. I contenuti dell’agenda politica si manifestano emergendo senza preparazione né preavviso e le decisioni sembrano venir prese in una quasi totale dipendenza dalla circostanza del momento.

Conclusione

In generale, considerando l’esistenza della Repubblica Italiana di circa settant’anni, si può tracciare una demarcazione tra un primo periodo nel quale la sicurezza atlantica è stato il punto fermo e imposto dal controllo internazionale, e un secondo periodo nel quale la sfera di appartenenza prioritaria è diventata quella europea, ma il vincolo non è stato imposto in modo così deciso. Il primo periodo ha avuto il suo momento di crisi nel 1978, con il PCI a un passo dal governo, sventato dall’avvento di Craxi e dall’operazione Moro. Il secondo ha il suo momento critico nel 2018, in questi mesi, con i partiti populisti anti-europei sulla soglia di Palazzo Chigi. Gli attori in causa e i metodi non possono più essere gli stessi, e le decisioni non vengono prese sulla base di equilibri geopolitici da apparati civili/militari. Ora sono i soggetti finanziari, già intervenuti nel 2001 in una situazione simile, quelli che possono prendere l’iniziativa. I prossimi mesi ci diranno cosa accadrà. I lettori considerino però che il distacco dell’Europa dalle vicende italiane spesso è solo apparente, e raramente disinteressato. L’Italia fu fortemente sollecitata dagli altri stati europei, prima ad entrare nel sistema monetario e poi nell’Euro, per evitare che il suo sistema industriale si avvantaggiasse di una valuta più debole. Ora il problema è superato in quanto il nostro sistema industriale è stato decisamente ridimensionato, ma è impensabile che i partner europei non siano consapevoli della perdita di PIL italiano nei loro confronti (dal 2000 è stata del 23,6% vedi), vale a dire del vantaggio competitivo che hanno acquisito. Il governo francese si sta dolorosamente preparando alla fine del Quantitative Easing, l’Italia è ferma, immobile, addirittura a rischio di governi che dichiarano di voler accrescere la spesa pubblica. Aspettare ancora a sollevare a Bruxelles il tema della guerra economica interna alla UE e della necessità di limitarla è sempre più pericoloso.

Questi punti sono poco più che ipotesi, che andrebbero verificate con una ricerca più solida. Possono essere utili per avere un quadro più ampio del presente e una conoscenza più approfondita del passato.

Alcuni link, reperiti con una prima selezione:

https://www.youtube.com/watch?v=W-YQmv9hWM4 (Berlinguer 1972)

https://www.youtube.com/watch?v=2S8OrXwYIN0 (Almirante 1975)

https://www.youtube.com/watch?v=fB-W9GNVe_o (Moro 1976)

https://www.youtube.com/watch?v=thHL4_EIQGA (Di Maio 6/5/2018) (Annunziata)

Il centrodestra propone di andare in Parlamento senza un accordo: http://www.la7.it/laria-che-tira/video/matteo-salvini-in-diretta-dal-quirinale-conto-di-trovare-una-maggioranza-07-05-2018-240940

L’eredità immateriale di un materialista. Ricordo di Massimo A. Bonfantini

He knew then that men died at haphazard like that, and lived only while blind chance spared them.
Sapeva che gli uomini potevano morire in fatalità come quella, e vivevano solo finché il caso cieco li risparmiava.
(Dashiel Hammett, Il falcone maltese1


Quando parliamo di eredità morale, ovvero di tutela e presidio di un valore immateriale, quale una testimonianza di vita, un edificio teorico, un patrimonio di cultura o di conoscenza, le cose cambiano. Non esistono leggi di successione, ma solo norme, atteggiamenti, schemi di comportamento. E dunque possibilità di inventare.

La prendo così per parlare dell’eredità morale e intellettuale che ho ricevuto da Massimo Bonfantini.

Tra le cose che dalla vita credo di aver appreso (perché ci si può sempre aspettare che una teoria sia scalzata da un nuovo fatto) c’è che le eredità morali si trasmettono in due modi.

Il primo è osmotico: consiste nell’assimilazione inconsapevole di abiti. Con un esempio semplice, se per anni sei abituato a stare assieme a persone puntuali, non è certo, ma è più probabile, che tu stesso lo diventi. Nulla di nuovo, ma non sempre ne valutiamo le conseguenze. E c’è una premessa importante: rispetto agli insegnamenti che riceviamo consapevolmente, possiamo reagire conformandoci o opponendoci, ma rispetto a quelli inconsapevoli non siamo in grado di fare nulla. Di solito si parla di abiti come quelli religiosi e culturali, e una persona dice “Ho avuto un’educazione cattolica”, o “Sono cresciuto in una famiglia ebrea” per spiegare certe caratteristiche profondamente assimilate. Ma non sono solo quelli. Dunque, possiamo cambiare idea sul giudizio che diamo a ciò che abbiamo appreso, ma non possiamo cancellare ciò che abbiamo imparato né gli effetti di tale apprendimento. Possiamo solo contrastarli, sostituirli, correggerli.

Un altro principio che l’età ci insegna è che quando scegliamo comprendiamo poco, e man mano che comprendiamo di più, scegliamo sempre di meno. Che cosa sapevo della filosofia quando mi iscrissi al corso di laurea era, per quanto possa essere stato uno studente sfaticato, meno di quanto sapevo al termine di esso. Non si può mai scegliere un percorso di apprendimento avendo la piena consapevolezza di ciò che sapremo e saremo alla fine di esso, perciò si sceglie senza sapere. E quando si sa, non si può più scegliere un percorso che ci renda diversi, perché siamo già diventati qualcosa.

In conclusione: come è vero che siamo parlati dal linguaggio (lo scrissero Heidegger e Derrida ma non sono mai riuscito a trovare i passi precisi), così siamo formati dalla formazione, e la scelta di quale soggetto ci formerà, determinando il modo in cui vedremo il mondo e valuteremo la nostra stessa formazione, è in gran parte casuale, non solo, ma i criteri sulla base dei quali la scegliamo (o crediamo di sceglierla) non sono stati influenzati da essa, perché non possiamo conoscerla veramente. Così, per esempio, non può essere l’esperienza diretta della vita militare che mi fa scegliere la carriera militare. Le esperienze formative, allo scopo di rassicurare chi le ha scelte, includono sempre una valutazione positiva di sé stesse: anche per loro funziona la legge della dissonanza cognitiva. Quindi qualsiasi scelta io faccia, tale scelta affermerà di essere la scelta migliore. Dunque, siamo quello che siamo in gran parte per caso.

Una fondamentale differenza tra le persone è tra coloro che ammettono questa casualità e coloro che la rifiutano.

Chi rifiuta la casualità della propria identità o lo fa perché ha fede in qualche forma di Provvidenza, e dunque ne riconosce la casualità soggettiva ma non oggettiva, o perché mente. In genere, mente per non dover ammettere che difende il proprio essere anche se esso dipende in gran parte dal caso. Spesso la casualità viene rifiutata anche perché implica l’ammissione che le scelte degli altri sono simili alle nostre, e dunque in parte giustificabili (ma non per questo sempre accettabili, ovviamente).

Tra le persone che ammettono la propria casualità, alcuni si convincono che le loro scelte, comunque fatte, sono tuttavia le migliori, altri arrivano a maturare un certo distacco da esse. È superfluo ma utile notare che i primi, che chiamerò ‘convinti’, tendano ad essere valutati molto di più dei secondi, gli ‘scettici’.

Per come l’ho messa giù, ora pare che gli scettici siano più intelligenti. E confesso di essere uno di loro. Ho anche delle ipotesi sul perché io lo sia, ma non tedierò il lettore con fatti così poco interessanti. Comunque, non è vero: nessuno è meglio dell’altro, e spero di mostrarlo tra poco.

Eravamo però partiti dai due modi di ricevere un’eredità morale, e abbiamo visto il primo. Che possiamo concludere dicendo che l’eredità per osmosi è in sostanza casuale e che i suoi effetti in gran parte sono incancellabili, ma che ad essi possiamo opporci consapevolmente. Rispetto a questo, Massimo era ben consapevole della sua educazione di borghesia illuminata e robustamente ancorata a una Resistenza più che militante, militare. Ad essa era ancorato, ma ad essa aveva apportato robuste e faticose modifiche e integrazioni. Dal padre aveva preso abitudini e convinzioni pratiche, altre le aveva costruite da sè.

Vi è comunque un secondo modo di ricevere un’eredità morale, ed è quello consapevole. Esso si sviluppa in genere parallelamente e successivamente all’inizio della trasmissione osmotica, e non ne può prescindere. Una persona cresciuta nella fede cattolica può sviluppare dubbi e incertezze su di essa fin dalle prime lezioni di catechismo, e giungere più tardi e razionalmente a farne una piena assunzione o un’interpretazione personale o a respingerla. Credenti ed ex, alla fine, condivideranno però la prima fase della propria educazione, e un background comune ineliminabile.

In ogni caso, nelle persone che diventano consapevoli di un livello inconsapevole di formazione di sé stessi, si produrrà dunque una separazione tra abiti appresi per osmosi e incancellabili, anche se rifiutati e controllati, e nuovi abiti assunti consapevolmente.

Da Massimo Bonfantini ho ricevuto entrambe le forme di eredità, e di quanto ho ricevuto, di alcune cose neppure so, a qualcosa mi oppongo, di altro sono grato, altro ancora cerco di evolverlo.

Nella mia disciplina, la semiotica, ho avuto tre maestri. Uno virtuale, Charles Peirce, due materiali, Umberto Eco e Massimo Bonfantini. Solo con Massimo però ho approfondito l’amicizia al punto di sentirmi quasi parte della famiglia.

Prenderò a esempio il nostro rapporto, dunque, per cercare di mostrare come i due atteggiamenti rispetto alla propria casualità, i convinti e gli scettici, siano in definitiva equivalenti, ma assolutamente non uguali. Complementari, ma non speculari.

Prima però alcune righe di biografia intellettuale.

Puntava sempre al sodo, anche se a volte vi giungeva per vie tortuose, e non aveva alcun dubbio di essere arrivato a possedere la teoria migliore, e la sua personale. Il suo modo di lavorare era nettamente diviso tra l’ambito orale e quello scritto. Cosa rara in un umanista, non prendeva appunti. Io almeno non l’ho mai visto farlo, se non in qualche raro caso, come quando ti chiedeva i riferimenti di una pubblicazione. Quando parlava non seguiva gli appunti, o pochissimo. Questo gettava nel panico i presidenti delle conferenze, perché era impossibile prevedere quando il fiume verbale si sarebbe interrotto. Esaurirsi, mai, non è mai successo che finisse per non aver niente da aggiungere.

Nello scrivere era invece metodico, aveva uno stile unico e di grande efficacia. Era scarno, essenziale ma forte nelle espressioni; sceglieva con cura le parole, le metteva giù come un posatore mette giù le piastrelle: senza poterle più togliere. Qualcosa correggeva, ovviamente, ma non rifaceva quasi mai. Nell’impianto razionale e illuminista del suo testo, inseriva espressioni e modi di dire che erano leit motiv di spessore teorico. Tra tutti penso a una delle sue frasi preferite: “fa materia di problema”.

Massimo si è sempre comportato come se fosse dovere di ogni studioso di filosofia formulare una sua teoria, o almeno specificare una posizione. Dalla combinazione di Peirce, Marx e Mao, arrivò al ‘socialismo ecologico’ e al ‘materialismo storico pragmaticista’; lavorò su temi quali l’abduzione, la forma dell’inventiva, la fantascienza come utopia, il dialogo, il progetto e la storia del ’900 italiano. Questi elementi sono tutti interconnessi, e costituiscono un approccio del tutto originale, pur non formando un sistema di vecchio stampo.

Della scuola di Bologna, vale a dire il gruppo di studiosi che si formò attorno alla cattedra di Eco, includendo anche Paolo Fabbri, che allievo di Eco non si può definire, Bonfantini è l’unico che osa e pratica un tale obiettivo teorico. In un certo senso lo vive, come ho detto, come dovere. Il suo approccio alla filosofia è rigoroso, e ha solide basi morali e politiche. Nonostante non sia tra i filoni che prediligeva, vi è nel suo lavoro una componente esistenziale, sia pure scevra di qualsiasi fatalismo o passività. Sempre ha deriso atteggiamenti quali ‘Ascoltare l’essere…’, così come il ‘pensiero debole’ da una parte, la futurologia e i peana del marketing dall’altra. La sua lettura di Platone, che rappresenta l’ultimo grande contributo, è un esempio degno di rispetto e ammirazione. Che un non classicista legga e commenti l’intera opera di Platone appare certamente ai super-specialisti un gesto avventato, ma quando Bonfantini si confronta con un pensatore, che sia Marx, Peirce o Platone, è così concentrato sui temi specifici e così rigoroso nel procedere, che qualsiasi accusa di rispecchiamento narcisista è insostenibile, quanto altresì qualsiasi forma di sottomissione intellettuale. Massimo rivendica la sua visione teorica di fronte a qualsiasi testo, e la dichiara senza fraintendimenti. Platone non è il ‘suo’ Platone, è un percorso di lettura robustamente sostenuto e legittimato, ma originale e ‘orientato’.

Non ha mai creduto nell’analisi semiotica dei testi come ricerca del loro significato immanente, ma li ha sempre usati per condurre l’indagine secondo le sue prospettive. Così, la sua lettura di Peirce programmaticamente tiene ai margini le posizioni metafisiche e la fenomenologia più tarda, così come le venature idealistiche. Riesce tuttavia a costruire un Peirce coerente e a operare i tagli in modo sensato, così da non tradire l’autore pur offrendone un profilo ‘ottimizzato’. È il giovane Peirce, lo scienziato empirico, il detective, quello che Bonfantini individua. Essendo io l’autore di un libro nel quale ripercorro la fondazione matura della semiotica di Peirce proprio sulla base della fenomenologia e nel quadro del suo sistema filosofico, includente la metafisica, non parlo pro domo mea, quando dico che fu opportuno che Massimo producesse quel Peirce, influendo notevolmente anche sulla prima ispirazione peirceana di Eco. Il Peirce completo, maturo, è più coerente e sistematico, ma richiede professioni di fede filosofica non sempre accettate dagli studiosi del secondo ’900. La classificazione dei segni della Grammatica Speculativa, quasi tutta dei primi del ’900, se avulsa dalla fondazione faneroscopica, non riflette la posizione di Peirce. Tuttavia è in questa veste che Eco e la semiotica interpretativa la accolgono negli anni ’60-’70. Di per sé, la triade Icona-Indice-Simbolo ha generato mostri quanto il sonno della ragione, prima di rivelarsi uno strumento poco adatto all’analisi dei segni e dei testi così come la semiotica li ritrova nei media e nel discorso comune. Ma se la semiotica degli anni ’60-’70 non fosse stata così sicura di sé, con le sue categorie nuove e sconcertanti, interpretative o strutturaliste che fossero, l’intero mondo mediatico attuale non sarebbe quello strumento poderoso che è diventato. Dato che l’eterogenesi dei fini non è volta, vichianamente, a un disegno superiore, ma alla presa in giro di chi tenta di prevederne uno, oggi, rileggendo le pagine di analisi dei media di quei decenni, apocalittiche o integrate che fossero, appare evidente che l’industria di Hollywood e il marketing le hanno lette meglio dei riformatori della società. Ecco perché chi crede nella propria strada e la percorre con convinzione e coerenza (i convinti) non è secondo a chi non riesce a evitare una certa ironia nello sguardo. Costoro sono impegnati ad andare da qualche parte, e testimoniano all’uomo il fatto che nessuno di noi ha alcuna funzione se non nell’insieme degli eventi, pur non essendo mai in grado di sapere quale, e dunque rappresentano una forma fondamentale del coraggio.

Di questa forma del coraggio intellettuale (e non solo) Massimo Bonfantini è stato un esempio fino all’ultimo. Ha voluto il più possibile determinare la propria vita, ed ha avuto la sorte di poter essere se stesso fino all’ultimo giorno.

Come suo allievo, pur riconoscendomi tra gli scettici e ironici, rivendico un coraggio del secondo tipo, che è quello di accettare la natura casuale delle cause e degli effetti dell’essere umani. Se in questa posizione vi è un minor coraggio nell’azione, ve ne è uno maggiore nella consapevolezza. Entrambe le forme di coraggio, in una inevitabile semiosi, ne producono una terza, un interpretante, che contemporaneamente afferma che siamo solo umani, ma nel farlo dimentica la parola ‘solo’.

Tutelare l’eredità morale dei nostri maestri e amici è forse questo: condividere i pensieri e gli affetti in qualche modo depositati nel nostro cervello e corpo e generare discorsi che trasmettano e trasformino le tante sfaccettature dell’unicità che sono stati.

1 Massimo citava spesso questo passo di Hammett, dove si racconta la storia di un certo Flitcraft, il quale, scampato per un capello a un incidente mortale del tutto casuale, cambia la propria vita di punto in bianco. Il nome che assume nella sua nuova identità è, curiosamente, Charles Pierce, assai simile a Charles Peirce. Questo gli faceva ipotizzare che Hammett in qualche modo lo conoscesse, anche perché l’episodio è strettamente legato a una filosofia del caso, elemento molto importante nella visione di Peirce.

Nutella e catastrofi

Quando i semiotici discettano di effetti della comunicazione spesso si concentrano sui cosiddetti ‘effetti di senso’, che vengono per lo più intesi come spostamenti o variazioni nel sistema semantico-pragmatico dei valori, o enciclopedia individuale, collettiva, ecc.

Se si parla di costruire brand equity, di valori della marca, in genere si sottolinea come si tratti di processi a lungo termine, di abiti costruiti in anni di comunicazione costante e coerente.

Circola inconsapevolmente un’idea della brand come qualcosa di etereo, astratto, che al massimo viene influenzata dalle varie brand experiences che il consumatore può vivere.

E’ sempre uno shock quando la brand diventa il driver di comportamenti di massa improvvisi e incontrollati. E’ questo il caso di un supersconto sulla Nutella lanciato dalla catena francese, che vedete documentato in questa pagina web di Le Progrèshttp://www.leprogres.fr/loire-42/2018/01/25/la-guerre-pour-du-nutella

Uno sconto promozionale del 70% ha evidentemente rimosso un ostacolo di prezzo che calmierava l’acquisto della famosa crema di nocciole. Nutella è un prodotto a lunga conservazione, e il lotto scontato era ad esaurimento, dunque la congiungimento con l’Oggetto di Valore era, come si usa dire, first come first served. Valeva dunque la pena acquistare diverse confezioni contemporaneamente. Evidentemente Nutella è stata in grado di superare il nazionalismo alimentare dei francesi e si sono scatenate scene drammatiche, documentate anche sul sito della BBC: http://www.bbc.com/news/world-europe-42826028

Di solito riporto sempre casi di questo genere quando insegno comunicazione commerciale, per chiarire che il messaggio di marketing non è necessariamente un oggetto semiotico allusivo e complesso. Non sono solo i raffinati fashion movies di Chanel a muovere il mercato con lente e potenti strategie di brand, ma un semplice volantino stampato a grandi caratteri può mettere in moto ondate di acquisti spasmodici. Sono casi esemplari nei quali una leva, quasi sempre il prezzo, viene applicata con forza (il 70% di sconto) e scatena il potenziale di appeal in questo caso dell’etichetta, non del brand corporate (non sarebbe la stessa cosa con qualsiasi prodotto Ferrero). Ma è sempre la forza della brand che scatena l’energia esplosiva dei comportamenti.

Considerando l’evento da un punto di vista più generale, come fenomeno sociale, è interessante perché ci fa capire quanto sono elevati i potenziali latenti delle marche commerciali. Non sempre siamo in grado di rilevarli perché le relazioni tra prezzo-distribuzione-frequenza di acquisto-potere d’acquisto si situano in una omeostasi controllata e costante. Vale a dire che il consumatore di Nutella la acquista senza dover attuare comportamenti anomali perché ha sempre lo stesso prezzo, la trova in certi punti vendita, la consuma entro parametri normali e può permettersi di comprare la quantità che mediamente usa. Ma sotto i comportamenti regolari scorrono per così dire le correnti libidiche che legano il consumatore al prodotto, e che hanno potenziali molto variabili. Il produttore in qualche modo può inferire quanto una label sia sexy attraverso diversi strumenti di analisi del consumer behaviour, ma questi esperimenti sono sicuramente verifiche significative.

Di qui si potrebbe partire per una analisi semiotica della Nutella, ma preferisco linkare un vecchio film del 1974 di Dušan Makavejev, indicando la sequenza della cioccolata, che inizia a 1.30.33 https://www.youtube.com/watch?v=Ue_0lDD3MpY

In conclusione, è evidente che il consumo di massa rappresenta tuttora un ambito che incanala impulsi solo in apparenza moderati. Aggressività e competizione sembrano essere controllate dalle norme sociali solo superficialmente. In sostanza il regime di ‘abbondanza per tutti’ della società dei consumi non pare da solo capace di garantire una vera assimilazione dei principi di tolleranza e reciproco rispetto, spesso considerati conseguenze naturali del benessere. E’ solo una tregua nell’homo homini lupus,  basata sull’accesso equanime a un vasto insieme di risorse. Sospettare che un restringimento anche minimo di questo accesso, cioè un’ineguaglianza che ecceda una data soglia, possa portare a drammatiche tensioni sociali, non sembra oggi un pensiero così peregrino. Verrebbe da dire che il passaggio da integrazione ad apocalisse è probabilmente descrivibile come una catastrofe. Ovviamente nel senso di Thom (https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_delle_catastrofi).

 

 

Sull’origine delle fake news e la corsa alla loro repressione

  È da leggere questo approfondimento della BBC (http://www.bbc.com/news/business-42769096) che ricostruisce sinteticamente l’origine del termine ‘fake news’, e spiega almeno una delle filiere di produzione. È curioso come l’economica digitale abbia favorito il sorgere in luoghi periferici del mondo, solitamente a basso reddito, colonie che si dedicano ad attività illegali o para-legali ricompensate dai proventi generati dalla rete. In Africa si trovano località che vivono di ricatti sessuali sul web (http://www.bbc.com/news/magazine-37735369). Il servizio proviene da una fonte accreditata, la BBC, ma certamente gli adolescenti macedoni non possono essere l’unica fonte di disinformazione.

C’è comunque un aspetto da tenere presente nella questione fake news. Spesso le fonti di queste notizie ‘false e tendenziose’ sono gruppi spontanei o singoli, magari privi di scrupoli e avidi, ma comunque estranei a ogni forma di organizzazione e non costituiti come imprese. La rete ancora oggi consente a qualsiasi soggetto di condividere contenuti alla pari (o quasi) di grandi organizzazioni. Questo non piace affatto a tali organizzazioni. È noto come i grandi editori di news tentino in ogni modo di salvaguardare il loro profitto nel grande tramonto della carta stampata. Tra i tanti argomenti a loro favore c’è la professionalità della produzione di informazione. Che comporta dei costi. Mandare una persona nel posto dove accadono i fatti è ancora oggi il modo più sicuro di capire che cosa succede. Le notizie, prima di essere pubblicate, devono essere verificate da almeno due fonti indipendenti. Ecc. Gli argomenti a favore di una libera diffusione dell’informazione, tuttavia, non sono meno validi. È vero che il rischio di avere informazione inaccurata, incompleta, mal confezionata e persino falsa, è molto maggiore quando la fonte è incontrollabile o addirittura anonima. Ma è un rischio minore di quello di un sistema di informazione completamente controllato dai cosiddetti vested interests. Il giornalismo è spesso un’attività che si scontra con interessi potenti. Prendiamo il caso dei Panama Papers (https://panamapapers.icij.org/ ): la gestione di un dossier così scottante fu passata subito da Süddeutsche Zeitung all’ International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) (https://www.icij.org/), anche per avere più forza nell’analizzarlo e pubblicarlo.

Stiamo quindi attenti a partecipare alla lapidazione dei produttori di fakes, e all’allarme contro il malvagio Putin, o alla paura di trovarci a fianco di Trump. Qualcuno soffia sulla ‘caccia alle fakes’ perché vuole frenare o bloccare la parità di accesso alla rete. Qualcuno vuole introdurre sistemi di ‘certificazione’ o di ‘controllo’ sui produttori di contenuti. La semplice introduzione di gerarchie fisse nei motori di ricerca o in social come FB, basate su (per ipotesi) essere o meno una testata accreditata, porterebbero all’esclusione di fonti indipendenti, non ‘certificate’.  I signori della rete, come Zuckerberg, sono chiamati a decisioni molto difficili. Prima di criticare è bene riflettere. Oggi alcuni governi democratici sono tacitamente invidiosi dell’internet ‘alla cinese’, vale a dire completamente controllata dallo stato.È chiaro che nessuno sa cosa fanno precisamente la CIA o l’NSA con l’internet ‘all’americana’ (quindi con la rete tout court), ma i twitter di Trump hanno almeno un aspetto positivo: o veramente non esiste un filtro tra il Presidente USA e il pubblico, oppure è stata montata una sceneggiatura da Oscar. Sarò ingenuo, ma ancora propendo per la prima ipotesi.

Le fake news e il loro ambiente

La UE in armi contro le fake
Mercoledì 17 gennaio 2018 il Parlamento della UE a Strasburgo discuterà in seduta plenaria sull’influenza della propaganda russa nei paesi UE e i suoi supposti tentativi di influenzare le elezioni in alcuni stati membri attraverso l’uso della disinformazione. https://multimedia.europarl.europa.eu/en/russia-influence-of-propaganda-on-eu-countries_I149371-A_a

Non è dunque fuori luogo che il dizionario Collins abbia scelto come ‘parola dell’anno’ del 2017″fake news”, come riporta la BBC (http://www.bbc.com/news/uk-41838386). La definizione del Collins è “informazione falsa, spesso sensazionale, disseminata sotto le spoglie di notizia di stampa (news reporting)”. “L’espressione -continua BBC- è associata con dichiarazioni del Presidente Donald Trump quando se la prendeva con i media”.

L’interesse semiotico per il concetto è evidente: tutto ciò che serve a mentire è affar nostro, secondo la famosa affermazione di Eco. Proviamo allora a riflettere sinteticamente sul fenomeno.

Che la menzogna, abbia le gambe corte o meno, sia cosa antica quanto l’uomo è innegabile. Ci sono però molte categorie di menzogne. Fake news, nello specifico, è messaggio ‘disseminated’, propagato ad arte, non semplice bugia in risposta a domande scomode. Le menzogne diffuse per un disegno, ben preciso o genericamente mirato, sono strumenti che il mentitore adopera per procurare danno agli avversari e vantaggi a sé e la sua parte.

Fake News e Gossip
Non si devono confondere fake news e pettegolezzo. La differenza può sfuggire, perché spesso la fake si maschera da gossip. Vengono rivelati affari privati di persone importanti che (si presume) esse non vorrebbero far sapere. Ma sono falsi. Quando riguarda un personaggio, dunque, la fake è equivalente alla calunnia o diffamazione a mezzo stampa. Assieme alla calunnia, tuttavia, viaggia anche la sorella, l’adulazione, che viene in genere stigmatizzata nelle dittature e nelle democrature, dimenticando i servizi elogiativi su questo o quel politico che compaiono su magazine e siti web di paesi democratici, le raffinate photoshoppature dei manifesti elettorali, le interviste inginocchiate di giornalisti e host televisivi compiacenti.

Calunnia o adulazione, il gossip non è fake news. Esse però lo parassitano, si mascherano con la sua effigie. La diceria in cui consiste il pettegolezzo (sul quale mi permetto di rinviare a “Per una semiotica del gossip”, in Gossip. Moda e modi del voyerismo contemporaneo, BUP 2010) non è fake news, in quanto il valore del pettegolezzo è nella sua autenticità. Il gossip fiorisce proprio quanto più rivela aspetti veri, per quanto spiacevoli, di una società che li cela. Il gossip può a volte essere calunnia, diffamazione, maldicenza, ma non può esserlo sempre o a lungo. Infatti, nel momento in cui l’iniziatore del pettegolezzo mente, la rete dei pettegoli si divide in chi inganna e in chi è ingannato, e se colui che rivende una notizia falsa senza sapere che è falsa viene sbugiardato, rompe il legame di fiducia con il propagante e cessa di ascoltarlo o comunque di propagare le sue notizie. Siccome il gossip si basa sulla diffusione riservata dei messaggi in una rete sociale, la rottura del contratto fiduciario distrugge una porzione della rete. Per questo il pettegolezzo preferisce l’iperbole, la deformazione, alla menzogna tout court. Questo non toglie che porzioni di una rete di gossip possano dedicarsi, per un certo tempo e con un certo numero di complici, alla denigrazione o al mobbing.

Fake News e mass media
Avendo provato a definire come fake e gossip si distinguono e si mescolano, è però necessario allargare l’orizzonte ai media, in quanto le fake sono solo un fenomeno mediatico, mentre il gossip esiste sia nei gruppi sociali sia su media ad esso dedicati.

Le fake news come fenomeno mediatico si rifanno certamente alla propaganda, politica o bellica, definibile come “tentativo deliberato e sistematico di plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento al fine di ottenere una risposta che favorisca gli intenti di chi lo mette in atto.” (http://www.treccani.it/enciclopedia/propaganda/). La propaganda, tuttavia, non è necessariamente menzognera, anche se il termine implica comunque “un certo grado di occultamento, manipolazione, selettività rispetto alla verità” (ib.). In situazioni di forte contrapposizione tra parti, come guerre, conflitti sociali e politici o campagne elettorali, l’intensità e la falsità della propaganda tendono ad aumentare, in ossequio al tanto criticato ma altrettanto praticato assioma machiavelliano sul fine e sui mezzi. Durante la prima guerra del Golfo CNN produsse probabilmente notizie del tutto false (https://www.youtube.com/watch?v=jTWY14eyMFg), ma praticamente tutte le guerre sono accompagnate dalla propaganda. Allo stesso modo, le campagne di disinformazione hanno attraversato tutti i decenni della guerra fredda, e continuano tuttora, trovando nella rete un ambiente particolarmente adatto. Non c’è molto da meravigliarsi se la Russia attua o favorisce campagne di informazione in rete: Putin viene dal KGB sovietico, che è l’inventore della dezinformatzija (https://it.wikipedia.org/wiki/Disinformazione), validamente emulata dai servizi occidentali.

La rivoluzione dell’accesso
Le fake news, soprattutto, nascono e vivono nella rete, e il loro impatto è dovuto al cambiamento epocale che il “news report” ha subito nei processi produttivi, distributivi e ricettivi dell’informazione. Dalla nascita dei mass media all’avvento di internet le notizie erano tali perché provenienti da una fonte che corrispondeva a un’organizzazione; oggi invece non solo le fonti si sono moltiplicate immensamente, ma si sono polverizzate fino a corrispondere, in molti casi, a iniziative individuali. Blogger, youtuber, social networker anche molto famosi, sono spesso singoli individui, che danno vita a organizzazioni se e quando i profitti lo permettono. Non solo, ma creare un sito web o un account corrispondente a una qualsiasi pseudo-organizzazione è facilissimo. Le fonti delle notizie possono apparire e scomparire nella rete come bollicine nell’acqua.

A questo si aggiunga che gli oggetti digitali (testi di qualsiasi tipo) si possono duplicare infinitamente senza perdita di qualità, e in gran parte si possono anche manipolare senza lasciare traccia o quasi. Immagini e video possono essere ritoccati e alterati molto facilmente, rendendo possibile la trasformazione di una notizia vera in fake, l’assemblaggio di falsità e verità, la mimetizzazione delle fonti, e altri trucchi.

Dal lato della ricezione, quindi, non c’è da meravigliarsi se troviamo una grande confusione nella validazione delle fonti. Il pubblico generico non è stato educato ad analizzarle e giudicarle, forse anche perché i pochi grandi emittenti non avevano molto interesse a farlo. La diffidenza nei confronti dei media ‘ufficiali’, quindi, non si è diffusa nell’opinione pubblica solo a causa dei tweet di Trump o della propaganda putiniana o nordcoreana, ma in parte è giustificata da casi evidenti di produzione di notizie false e di un generalizzato uso dello spin e dell’agenda setting a vantaggio dei punti di vista degli emittenti e dei loro stake holders.

Echo chambers e nebulizzazione delle fonti
Tutti questi fattori, e altri, hanno contribuito a creare una situazione di confusione nella quale il post proveniente da una fonte ignota o da un passaparola assume la stessa o maggiore validità di quello di un autorevole quotidiano. Il fenomeno delle echo chambers (https://en.wikipedia.org/wiki/Echo_chamber_(media)) è legato alla tendenza di ogni individuo ad aggregarsi ad altri che la pensano in maniera analoga, ma si fonda anche sulla costante svalutazione dell’autorevolezza dei media ‘ufficiali’. E non è un fenomeno del tutto nuovo. Negli anni 60-70, in Italia e non solo, gli ambienti alternativi avevano costruito reti di controinformazione che si ponevano proprio come fonti alternative ai poteri dell’informazione. Di conseguenza la nozione di informazione si è dilatata fino a perdere la precisione del contorno: oggi la notizia è quello che un utente riceve dai canali news ai quali è connesso abitualmente, o in risposta a stringhe che digita su Google. Se non ha una competenza specifica sulla qualità e tipologia delle fonti, sulla produzione di notizie e sulle tecniche di manipolazione, se non ha il tempo e l’attitudine per il debunking, il suo sistema di opinioni e credenze rischia di essere colonizzato da credenze false fino al ridicolo. Sia detto per inciso, la formazione liberal, laica e politically correct, che si astiene dall’insegnamento di principi ideologici, etici o tradizionali, se non è accompagnata da una rigorosa educazione alla critica razionale, alla logica argomentativa, alla retorica e alle strategie di propaganda, non fornisce alla persona gli strumenti per formare adeguatamente la propria opinione. Il saggio “Come rendere chiare le nostre idee”, di Charles Peirce, a mio parere uno dei più bei testi mai scritti su questo argomento, oggi è ancora pienamente attuale.

Siamo tutti broadcaster
La storia dei media, dalle affissioni alla TV generalista, è stata quella di una continua estensione dell’audience, fino alla ‘mondovisione’. La tecnologia dell’accesso praticamente consente a tutti i soggetti riceventi di essere anche emittenti: il costo di produzione e distribuzione dell’informazione si riduce in pratica a zero. Oggi non c’è nessun ostacolo tecnico a che un video prodotto in casa da un non professionista venga visto da un miliardo di persone.

In una tale situazione, un soggetto organizzato può, utilizzando alcuni accorgimenti informatici come i bot, piccoli programmi che simulano il comportamento umano, far arrivare una notizia di qualsiasi tipo a un gran numero di utenti senza rivelare la fonte. E’ l’ordine di grandezza che è cambiato: i partecipanti a una comunicazione personale di un privato cittadino, prima di internet, erano quelli ai quali poteva inviare una lettera o telefonare, al massimo poteva usare la pubblica affissione, stampare libelli o distribuire volantini, ma doveva sottostare a determinate regole ed era facilmente controllabile. Mentre scrivo, i followers di Donald Trump su Twitter sono 46,4 milioni, e queste persone sono a distanza zero -in termini di filtri- dallo smartphone del Presidente degli USA. Ma la distanza è la stessa per qualunque utente. E infatti, sotto i tweet di Trump è possibile leggere i commenti di chi è d’accordo e di chi non lo è, postare foto contro le sue proposte di legge e criticare quello che scrive. In genere i media tradizionali riportano solo i tweet del presidente, e quasi nessuno sottolinea come gli utenti rispondano a questi tweet, a volte anche in modo piuttosto veemente. Internet ha abbattuto la distinzione tra comunicazione di massa e comunicazione privata. Oggi l’individuo deve difendere la propria comunicazione privata dall’invasività di messaggi gestiti come media di massa. Non esiste più un canale totalmente riservato: call center e spamming hanno colonizzato i due canali one-to-one per eccellenza, telefono e posta. La messaggistica consente di selezionare i propri contatti, ma con difficoltà.

La condivisione dei contenuti è sempre più selettiva
In questo ambiente brulicante di informazione gli individui tentano naturalmente di costruire e presidiare reti di connessione personali, non sempre echo chambers. Molti hanno alcuni servizi dai quali ricevono notizie, e una rete più o meno ampia di amici, parenti e conoscenti che gli inoltrano informazioni e ai quali le inoltrano a loro volta. Ognuno assegna un grado di credibilità a ogni pezzettino di informazione, ma non solo. Anche un grado di piacevolezza, divertimento, ecc. Se ricevo news, ad alcune credo più che ad altre. Se ricevo barzellette, alcune mi fanno ridere più di altre. Il grado di credibilità assegnato dipende dalla competenza e dall’orientamento di ogni individuo. Il gradimento è un dato soggettivo, influenzato da molti fattori, individuali e circostanziali. Ma quanto la credibilità vale il gradimento. Se ricevo su WhatsApp una barzelletta pesantemente anti-governativa, specie se è allusiva o volgare, il gradimento può dipendere anche dalla mia posizione politica, e la scelta delle persone alle quali inoltrarla dipenderà anche dalla reazione che immagino possano avere. In una società nella quale il rispetto per le opinioni altrui è tale che la mera espressione delle proprie idee può essere considerata offensiva, si genera una pressione verso una condivisione dei contenuti selettiva: ognuno finisce per esprimersi liberamente solo con chi ritiene affidabile. Ancora una spinta verso le echo chambers. Uno spazio sociale chiuso entro i confini di un orientamento ideologico diventa terreno fertile per la disseminazione di fake news, anche involontarie.

Post-verità, militanza e terroristi del post
Verità e gradimento sono aspetti cognitivi ed emotivi, mentre la comunicazione, come la semiotica ha detto da tempo, possiede un fondamentale aspetto performativo. Non solo dice, ma fa.

Se affrontiamo infatti le fake news solo dal punto di vista della verità e della condivisione andiamo poco lontano: riusciamo a spiegare perché circolano, ma non perché si diffondono con tanta pervicacia e perché suscitano tanto allarme. Spesso si sente lamentare l’ignoranza delle persone, che continuano a far girare, per esempio, notizie false che gettano in cattiva luce la classe politica italiana e in particolare il governo. Il fatto è che a molti non interessa affatto se le notizie sono vere o false. Il desiderio di fare del male ai politici, specie se visti come espressione del potere, in quanto soggetti disonesti e incapaci che si arricchiscono con il denaro dei cittadini, prevale su ogni preoccupazione di verità. Siamo appunto nel dominio della post-verità, che infatti fu parola dell’anno del 2016 secondo l’Oxford English Dictionary (https://en.oxforddictionaries.com/word-of-the-year/word-of-the-year-2016). La post-verità è legata a una parola molto meno di moda: la militanza, così importante nella formazione ideologica dei partiti e di altre affiliazioni. Il militante non si deve chiedere se la notizia che gli viene chiesto di accettare e diffondere è vera, ma solo se giova al partito e nuoce ai nemici. Se un tempo la militanza avveniva entro i partiti e le organizzazioni, oggi ogni utente di uno smartphone è un potenziale partigiano nascosto che per qualche minuto al giorno compie i suoi piccoli atti di ribellione all’interno di un processo di massa. In realtà ognuno di noi è un terrorista dormiente del whatsapp… Molti messaggi diffusi nei social sono accompagnati da inviti espliciti: “E’ una vergogna, invia questo messaggio a più persone che puoi”, e altrettanto spesso si usano espressioni come “Non troverai questa notizia sui giornali e in TV, perché non vogliono farcelo sapere!” Si tratta di una facile profezia: dato che la notizia non esiste, o è stata deformata, non si troverà certamente da nessuna parte. Raramente queste notizie forniscono indicazioni su come avere una conferma dei fatti asseriti. Ma chi siamo ‘noi’? Chi è questo enunciatore implicito al quale i messaggi fanno appello? Quando viene descritto è generalmente raffigurato come ‘il trombato’, il contribuente salassato dal fisco, l’automobilista tartassato dall’autovelox, il lavoratore licenziato, in sintesi una vittima di un sistema opprimente in genere identificato con lo Stato o i politici che lo rappresentano.

In generale, la verità della notizia passa in secondo piano rispetto al suo impatto emotivo e pragmatico. Il singolo ricevente-emittente, indignato, si chiede semplicemente se il suo atto contribuisce alla lotta alla quale sta partecipando come guerrigliero dei social. Le fake news si diffondono perché ‘risuonano’ con un atteggiamento di rivolta, aggressività e protesta nei confronti di persone o istituzioni, non perché sono vere.

Strategie divisive
E’ evidente che in questa situazione vi sono molte opportunità per azioni strategiche di disinformazione. In occasione di elezioni, per esempio, la diffusione capillare e massiccia di fake news può effettivamente orientare la scelta di certi profili di elettori, dagli indecisi ai ‘decisori dell’ultim’ora’.

In generale, sono agevolate le strategie che si appoggiano su questioni divisive. Se troviamo un argomento, per esempio l’atteggiamento verso i migranti, che divide l’opinione pubblica in due parti comparabili, più o meno due metà, la strategia sarà di diffondere messaggi che rafforzano entrambe le posizioni. A un video che elenca stupri fatti da immigrati, corrisponderà d’altra parte la notizia di un gruppo di attivisti di ultradestra che prende a botte una coppia di colore. Il risultato è che il primo messaggio circolerà tra gli anti-immigrati, i quali trascureranno l’altro, e viceversa. Ma quello che è più importante in questo tipo di strategia è confondere la grande massa di chi non ha una posizione pregiudiziale. Chi cerca di avere un’opinione ragionevole si troverà nella necessità di ragionare, discriminare, costruire la sua posizione su distinzioni. Si produce così un modello di valori che contrappone idee nette ed emozionali (“Basta immigrazione! Fuori i clandestini!” VS “Bandire i neofascisti! Solidarietà e protezione per i migranti!”) a idee articolate e razionali (“Gestire e regolare l’immigrazione, ma garantire i diritti e la sicurezza di tutti”). Nel marketing si sostiene che i messaggi emozionali tendono a prevalere su quelli razionali. Sicuramente vi sono dati sperimentali che lo confermano, ma personalmente la vedo un po’ diversamente.

Cultura del desiderio e scelte emozionali
Ogni individuo e ogni gruppo prendono decisioni sia su basi razionali sia su basi emozionali, o mescolando le due motivazioni. Pensate a come fate la vostra scelta dal menu di un ristorante. Chiunque non abbia seri problemi mentali sa che le decisioni prese senza riflettere sono rischiose, anche se a volte gratificanti. Tuttavia le mode culturali sono molto influenti, e la nostra cultura è fortemente orientata a considerare la soddisfazione del desiderio l’obiettivo più importante della vita. E il desiderio di per sé è irrazionale, istintivo, libero, creativo e forse sovversivo. Ciò non toglie, tuttavia, che il desiderio sia anche fortemente influenzabile.

Molti di noi, per esempio, vorrebbero essere ricchi, perché in tal modo pensano che potrebbero prendere più decisioni d’impulso e soddisfare più desideri. Decidere in maniera più o meno razionale è un abito che dipende in buona parte dall’educazione e dall’ambiente in cui viviamo. Penso che dalla nascita e dallo sviluppo della società consumistica la spinta a prendere sempre più decisioni emotive sia aumentata notevolmente, non tanto per un immorale interesse dei grandi manipolatori (primo tra tutti il sistema pubblicitario) ma per il fatto che prendere decisioni impulsive ed emozionali viene collegato alla soddisfazione dei propri desideri. D’altra parte, mai una società era esistita nella quale l’unico ostacolo tra un individuo e qualsiasi bene o servizio disponibile fosse solo il denaro e il denaro stesso fosse ottenibile in tanti modi diversi e continuamente crescenti.

Se in una cultura, meglio ancora in una civiltà, l’atteggiamento verso il desiderio è questo, è determinato in modo speculare anche l’atteggiamento verso il suo opposto: il fastidio, la repulsione. Se ci riflettiamo un attimo, i prodotti che risolvono un fastidio sono pubblicizzati quanto e con gli stessi schemi di quelli che soddisfano un desiderio. E anche in questo campo non si può negare che enormi cambiamenti sono avvenuti. Dall’aria condizionata agli antidolorifici, dai deodoranti agli abiti confortevoli, sforzi immensi vengono fatti ogni giorno per risolvere i problemi dei consumatori e dei cittadini. Mi viene in mente una serie di cartoons della Disney la cui sigla si conclude ogni volta con le parole “…e il problema non esiste più!” Il leit motiv è insegnare al bambino che ogni problema si può risolvere con il ragionamento e i giusti strumenti. Entrambi però appaiono come per magia al momento giusto.

Purtroppo, materie come la logica, il decision making, la valutazione delle fonti (che persino un contadino che andava alla fiera a comprare una vacca sapeva fare…) non fanno parte dei curricula scolastici e non hanno molta audience in TV.

Vax e no-vax: un tema esemplare
Se non inquadriamo il problema delle fake news in questo orizzonte culturale epocale, non riusciremo a risolverlo. Uno dei terreni più insidiosi, per esempio, è quello delle vaccinazioni. Una vera guerra tra parti opposte è in corso in Italia e in tutto il mondo. Ma alla base vi sono due fattori fondamentali: la sfiducia nella sanità pubblica e l’ansia delle madri per la salute del proprio figlio. Il carattere statistico dell’efficacia delle campagne vaccinali e la complessità della relazione causa-effetto nella valutazione delle reazione avverse non consentono di semplificare a sufficienza la comunicazione, mancando le basi culturali nei riceventi. In particolare in Italia, metodo scientifico e teoria della probabilità restano materie estranee alla formazione scolastica. In tal modo l’echo chamber antivax è difesa da invalicabili muri di notizie di bambini vaccinati soggetti a patologie gravi e compromissione dei politici con le multinazionali dei farmaci, quest’ultime spesso non fake. E’ ovvio che le stesse mamme antivax si incatenerebbero davanti alle ASL se ci fosse un’epidemia di polio e i vaccini venissero lesinati o negati. Ma non c’è nessuna epidemia percepibile, e nessuno si è curato di introdurre la storia della sanità nei programmi scolastici, mentre i media sono pieni ogni giorno di notizie sulle grandi aziende avvelenatrici e inquinatrici. Quindi il terreno è fertile per le fake e per le quasi-fake e per le notizie semplicemente vere. E il ragionamento più semplice ed emotivamente facile prevale: il vaccino è obbligatorio (imposto da uno Stato inaffidabile e da politici compromessi), lo vedo, viene inoculato, e può far male. Questo è vero. La malattia non c’è, non è grave, è invisibile e non è detto che il bambino la prenda, e anche questo è vero. Dei due rischi, individualmente è più alto il primo. Si elimina un fastidio, dato che l’ansia da vaccino prevale sull’ansia da malattia. La teoria dei giochi, il dilemma del prigioniero, sono tutte cose che nessuno si preoccupa di insegnare a scuola o spiegare in televisione.

La decisione di impulso è facile, è più piacevole. Se poi si sceglie una posizione emozionalmente, e se si frequenta l’echo chamber adatta, tutto diventa più facile ancora. Amici e nemici sono nettamente separati e si può diventare un partigiano militante: postare e condividere, commentare e rilanciare.

Semiosi della liquidità
Ancora una volta vediamo che la comunicazione, e la semiosi come flusso che costruisce l’enciclopedia individuale e collettiva, sono processi a spirale, che giro dopo giro configurano e riconfigurano credenze, opinioni, giudizi, valori. Il cambiamento epocale è, al momento, nella grande complessità di voci che parlano al singolo, spesso in maniera dissonante, su argomenti e temi del tutto diversi. E il singolo, a sua volta, formato in una cultura della rapida soddisfazione del desiderio, cerca soluzioni semplici e facili, e rifiuta i fastidi, disorientato da una complessità che non ha gli strumenti per affrontare.

E’ un dato facilmente verificabile che, in questa cultura, costruire e mantenere opinioni solide e durature, connesse tra loro da una logica legata a principi generali, cioè quella forma di mentalità (chiamiamola borghese?) prevalente fino agli ultimi decenni del secolo scorso, non viene più considerato il comportamento proprio di un individuo o cittadino maturo e consapevole. Oggi la mutevolezza dei pareri, la fluidità delle opinioni, persino la continua revisione delle credenze (ciò che si crede vero) è accettata come diritto e praticata anche da politici importanti e capi di stato. Di conseguenza, siamo tutti liquisi, continuamente aperti alle ultime notizie, alle ultime novità, ai cambiamenti, ci adattiamo alle stagioni come il leoncello dantesco “che muta parte dalla state al verno”.

Conclusioni
Concludere questo saggio (che ha già mentito sulla propria lunghezza)  lamentando la crisi dell’occidente sarebbe di scarso supporto al lettore, che spero voglia formarsi un’opinione personale più che ricevere un’ennesima soluzione istantanea. Rinunciando perciò alla mia quota personale di liquidità, assumo l’onere di qualche proposta.

E’ necessario che uno sforzo massiccio venga fatto non verso la repressione delle fake news, che è difficile, probabilmente impossibile, e soprattutto pericolosa per la libertà di espressione. Purtroppo politici di alto livello si sono già espressi in questa direzione in tutto il mondo, domandando leggi ‘anti fake’. Ma se combattere il comunismo e il capitalismo erano già imprese piuttosto ardue, pensare di farla finita con la menzogna appare francamente un obiettivo un po’ al di sopra delle attuali capacità di qualsiasi governo.

Per combattere le fake bisogna somministrare potenti ricostituenti culturali all’opinione pubblica, attraverso i media e il sistema educativo. Bisogna insegnare a pensare meglio, a capire, bisogna spiegare che la verità è qualcosa che si indaga. Bisogna, insomma “rendere chiare le nostre idee”.

Carogne e telecamere

È ben noto a chiunque si occupi di comunicazione che il registro visivo prevale nell’attenzione e negli effetti sul registro verbale. A parte le discussioni filosofiche sul realismo, questo è antropologicamente sensato: il vedere porta intimazioni di verità più forti del simbolico, cioè ci fidiamo più delle immagini che delle parole. Di fronte a un grosso cane che ringhia e ci mostra i denti, il cartello “Cane non pericoloso” ci dà poca fiducia. Detto questo, la vicenda della finale di Coppa Italia di calcio di sabato 3 maggio 2014, con l’irruzione sulla scena mediatica di Genny, detto ‘a carogna, è un esempio da manuale. Genny parla col proprio corpo e con il proprio abito, e questo linguaggio, ancora una volta, prevale su ogni altro canale espressivo.

Peraltro, a Genny non è stata data, nell’occasione, altra possibilità di esprimersi. E il corpo tatuato e il cranio rasato di Genny esprimono il look del coatto globale, molto simile oggi in tutto il mondo. In più, la sua t-shirt comunicava la solidarietà con un uomo condannato in via definitiva per l’assassinio di un poliziotto. La t-shirt come mezzo di comunicazione ha una lunga storia, ma è sufficiente ricordare l’uso provocatorio che ne fecero i punk. Insieme, t-shirt e tatuaggio sono testi sulla superficie del corpo, sul confine tra interno ed esterno.

t-shirt punk

http://www.polyvore.com/chaos_queen_punk_shirt_kult/thing?id=16810380

Il malavitoso che esprime attraverso il proprio corpo una sfida alla società e alle istituzioni lo fa per ostentare da una parte il suo coraggio e il suo sfregio alla società ‘perbene’, e dall’altra l’impunità di cui gode. Non è lo stesso linguaggio del picciotto o del boss mafioso, che invece assumono l’apparenza borghese, e anzi di eleganza e distinzione, per segnalare la posizione interna alla società che fingono di avere. Coraggio e sfregio sono funzionali, nel coatto, al ruolo di capo che assume rispetto a un gruppo, in questo caso gli ultras, nel quale per primeggiare deve mostrare di essere il più duro, il più, appunto, ‘carogna’. Il coatto non teme di assumere su di sé i valori negativi della società: “Io sono carogna, brutto, minaccioso, violento” dice col linguaggio del corpo. Questo muro di dichiarazioni di guerra serve a proteggere gruppi minoritari ed emarginati che trasformano in aggressività la loro debolezza sociale e culturale. Possono aver luogo in società garantiste nelle quali l’habeas corpus è rispettato. Nei regimi totalitari, nei quali le forze dell’ordine possono agire repressivamente senza particolari vincoli, queste manifestazioni in genere sono meno presenti.
Tornando a questioni mediatiche, la scena dello stadio, riportata per sole immagini, ha visto il livello verbale di spiegazione (“non c’è stata trattativa”, si è detto, “solo comunicazione”) sopraffatto dalla descrizione visiva, nellaquale la corporeità di Genny ha preso il sopravvento. Che Genny si presentasse come coatto e capo dei tifosi è apparso chiaro e, per metonimia, quello che esprime il capo rappresenta quello che esprime il suo gruppo. Inoltre, tutti hanno visto una star del calcio, Marek Hamsik, che appare in spot e programmi TV, parlare con lui. Perciò tutte le spiegazioni verbali fatte a posteriori dai rappresentanti delle forze dell’ordine non hanno potuto evitare la lettura che ha prevalso su quasi tutti gli organi di informazione:

Genny su l’Unità

http://www.unita.it/italia/genny-a-carogna-camorra-ultras-napoli-fiorentina-coppa-italia-mastiffs-droga-misso-rione-sanita-boss-1.566969

[link chiuso]

Come spesso accade nei media, tutto questo ha anche elementi tecnici: le telecamere che vengono posizionate negli stadi sono apparecchiature estremamente potenti, che hanno riportato la scena ad altissima definizione. Di contro, nessuno dei partecipanti era microfonato, perché nessuno in questi casi ci pensa. Dunque non esistono testimonianze audio del colloquio, che forse sarebbero state utili a chiarire quanto è avvenuto. In generale, si nota nella gestione di questi eventi una debolezza negli aspetti mediatici che testimonia di una arretratezza imbarazzante in chi si occupa di ordine pubblico. Pochi secondi di immagini nel mondo mediatizzato possono fare cadere governi o muovere enormi interessi economici e politici, soprattutto oggi con la capacità di moltiplicazione infinita che offre la rete. Questi pochi secondi di video hanno già portato a dichiarazioni di ministri, prefetti, dirigenti sportivi; addirittura potrebbero spingere ad approvare leggi o decreti, e probabilmente si apriranno inchieste giudiziarie. Dall’altra, è stata offerta a una subcultura che ha imbarazzanti contatti con la malavita organizzata l’opportunità di presentare e propagandare in modo efficace i propri valori. Quando i nostri responsabili dell’ordine pubblico capiranno fino in fondo che il loro lavoro è strettamente connesso con i mass media? I media non si gestiscono solo con i filmati logati “Polizia” e spediti ai TG e con le conferenze stampa con i referti sequestrati sul tavolo, ma con una continua consapevolezza che ogni azione di ordine pubblico ha un risvolto mediatico. Ogni operatore di polizia in ogni momento deve sapersi comportare come se fosse sotto l’occhio di una telecamera, perché è così e lo sarà sempre di più.

Pasqua e poi?

Una nota di pragmatica storica: fino ad alcuni anni in Italia fa si diceva ‘Buona Pasqua’ e nessuno si chiedeva se il ricevente del saluto fosse credente o praticante o ateo o ebreo ecc. Anche i più anticlericali, massoni e comunisti ricevevano l’augurio e ricambiavano. Il senso del discorso non era in alcun modo inclusivo. Per capirci, non era analogo ad augurare “Buon gay pride!” o “Felice iòm Kippùr”, il che implica che il destinatario faccia in qualche modo parte di un gruppo sociale o religioso che si riconosce in tali festività. Eravamo insomma una cultura non consapevole della propria matrice cristiano-cattolica, vale a dire dei codici sociali impliciti. Tuttavia, era raro sentirsi porgere “Auguri di Santa Pasqua”. L’uso dell’aggettivo era limitato a preti, suore e persone di particolare fervore religioso. Non si riteneva necessario calcare sull’aspetto sacro della festività se non, appunto, in determinate situazioni di interazione. Quest’anno, qualche collega del mio Dipartimento si è premurato di porgere per e-mail gli auguri di Pasqua. Qualcun altro ha risposto usando il termine “santa Pasqua”. Un collega ha replicato precisando di essere ateo e chiedendo di essere dispensato dagli auguri. Le mail si sono succedute, con auguri di Pasqua e Santa Pasqua.
Perché dei laici, in un ambiente di lavoro, hanno adottato questa locuzione? Evidentemente qualcuno desidera marcare una propria adesione alla Pasqua propriamente religiosa. Allo stesso tempo, la logica simmetrica del saluto e dell’augurio richiede che l’enunciatario risponda o in un modo o nell’altro. Se un vicino di casa vi saluta con uno squillante “Buona sera” e voi rispondere con un mugugnato “…sera”, in qualche modo vi dissociate dal valore euforico del saluto. Rispondere con semplici auguri di Pasqua a una ‘Santa’ Pasqua, allora, implica una non-condivisione della santità pasquale, marcando un’assenza. Sul motivo di questa assenza, come in molte interazioni sociali, non vi sono conclusioni certe, ma ipotesi. “Non voglio mettere in mezzo la religione”, oppure “Non sono credente”, oppure “Non voglio dire se sono o non sono credente”.
Tuttavia, non è dalla parte dell’enunciatario che qualcosa non va, bensì dalla parte dell’enunciatore. Il significato dell’atto linguistico, in questo caso, dipende in gran parte dalla situazione di interazione comunicativa. E’ una questione di pragmatica.
In un ambiente nel quale le posizioni religiose e culturali sono dichiarate ed evidenti (per es. un’azienda nella quale i musulmani sono tutti provenienti dal Marocco, i cristiani sono italiani, e vi sono italiani e marocchini non credenti) qualsiasi augurio si faccia, religlioso o laico, la risposta non porta particolari informazioni.
Diverso è il caso in cui, invece, si fanno allusioni a posizioni personali in un gruppo nel quale le posizioni delle persone non sono note. Se qualcuno se ne esce con una frase del tipo “Ma come si fa a mangiare un agnello?”, è evidente che una risposta qualsiasi scopre le carte. L’enunciato mira a provocare una risposta di condivisione, possibilmente sullo stesso tono: “E’ una cosa vergognosa!”. Una risposta evasiva: “Si può fare in fricassea o alla brace” ha già un valore ironico, dunque potenzialmente di non coinvolgimento e dunque di opposizione per un vegetariano militante. Se i valori in gioco sono strategici o comunque identitari, e se le posizioni dei membri del gruppo sociale non sono note, questo tipo di domande assume l’aspetto di una indagine indiretta: “Ti sfido a dire se condividi questo valore, ma non te lo chiedo apertamente.” Si configura una ‘conta’ delle persone sulla base di valori senza che la richiesta sia esplicita. Infatti, in certe situazioni, un discorso di questo tipo significa: “Voglio capire chi è carnivoro senza chiederlo”. Comportamenti di questo tipo, per esempio, vengono attuati da eterosessuali che vogliono spingere un omosessuale non dichiarato a ‘tradirsi’, oppure a simulare un orientamento sessuale.
Il motivo per il quale l’enunciatore non può chiedere apertamente è che la domanda sarebbe invasiva per i codici dell’ambiente sociale in questione. E’ però anche consapevole che una provocazione implicita può ricevere una risposta falsa, e comunque non è mai esplicita, dunque non ha valore ufficiale. Perché allora lo chiede? La risposta più verosimile è che chi fa tali domande mira a verificare l’esistenza di una maggioranza (o comunque una corposa minoranza) di persone che ‘fanno sapere’ di condividere una posizione senza tuttavia dichiararla. Se questa posizione, inoltre, non è pertinente alle dinamiche esplicite dell’ambiente (in un Dipartimento di una Università statale la religione dei membri non ha nulla a che vedere con le questioni di lavoro), una simile indagine sottotraccia assume un carattere esibitivo di un’appartenenza non pertinente: “Noi facciamo sapere che ci siamo”.
Del tutto diverso da un esplicito atto religioso: ogni anno nella sede Universitaria dove lavoro un sacerdote cattolico impartisce la benedizione pasquale, in modo aperto e con invito rivolto a tutti, e adesione ovviamente volontaria.
In un ambiente multiculturale, nella quale si è consapevoli delle diversità, emergono per contrasto anche le identità. Le libere manifestazioni esplicite si contrappongono al rispetto e alla neutralità delle interazioni non personali, ma il territorio intermedio, quello della non consapevolezza, non è più praticabile. E così simili tentativi di ‘conta’ impliciti si devono considerare atti imbarazzanti che infrangono il galateo della nostra epoca.

Un brano di Dostoevskij

Non resisto a diffondere questo bellissimo brano di Dostoevskij, tratto da L’adolescente. Forse noto agli esperti ma che non conoscevo. L’autore lo inserisce come detto dal narratore, il giovane protagonista della storia. Un romanzo che sotto certi aspetti prefigura A Catcher in the Rye (Il giovane Holden) per il virtuosismo con il quale l’autore empirico (ma perché dobbiamo sempre escluderlo? lui è l’artefice del testo) sa rendere i pensieri e le emozioni tipiche dell’adolescenza. Il brano in realtà è visibilmente un minisaggio di Dostoevskij, che lo adatta con qualche tratto alla mentalità adolescenziale, ma non ci riesce del tutto, perché il complesso del testo è troppo maturo, acuto, ricco di esperienza, per poter veramente essere farina di un sacco giovanile. Ma il tema “riso come vera espressione dell’indole umana”, è troppo brillante e ben condotto per non procurarci un piacere che solo testi di alto livello sanno procurare. L’esordio “riso come comportamento ripugnante” (si pensi alla retorica dell’inno alla gioia Schilleriano!) è grandioso. Buona lettura.

 

Io ritengo che, quando una persona ride, nella maggior parte dei casi diventi ripugnante guardarla. Il più delle volte, nel riso delle persone si manifesta qualcosa di volgare, qualcosa che in qualche modo sminuisce colui che ride, sebbene quasi sempre questi non sia consapevole dell’impressione che produce. Proprio come ignora, come tutti in generale ignorano, che faccia abbia quando dorme. Taluni hanno una faccia intelligente anche quando dormono, mentre ad altri, benché intelligenti, la faccia nel sonno diventa stupida e perciò ridicola. Non so da che cosa ciò derivi: voglio soltanto dire che chi ride, come chi dorme, per lo più non sa nulla della propria faccia. Un’enorme quantità di persone non sa affatto di ridere. D’altronde, qui non è questione di sapere: si tratta di un dono che non si apprende. Lo si può soltanto coltivare, nel senso che è possibile educare se stessi, migliorarsi e combattere le cattive tendenze del proprio carattere: in tal caso anche il riso di una persona del genere potrebbe assai verosimilmente mutare in meglio. Talune persone si tradiscono completamente attraverso il riso e voi improvvisamente scoprite tutti i loro lati nascosti. Persino il riso indiscutibilmente intelligente a volte è ripugnante. Il riso richiede innanzitutto sincerità, ma dov’è mai la sincerità nella gente? Il riso richiede assenza di malignità, mentre il più sovente la gente ride malignamente. Un riso sincero e privo di malignità è l’allegria, ma dov’è mai nella gente, al giorno d’oggi, l’allegria? (Questa sull’allegria nella nostra epoca è un’osservazione di Versilov che mi è rimasta impressa). L’allegria è il tratto che rivela maggiormente la persona, fino in fondo. Certi caratteri rimangono a lungo indecifrabili, ma basta che quella persona si metta a ridere assai sinceramente e di colpo tutto il suo carattere vi apparirà chiaro come se lo teneste nel palmo della mano. Soltanto, grazie al più alto e al più felice sviluppo, l’uomo sa essere allegro in maniera comunicativa, ossia irresistibile e bonaria. Non sto parlando del suo sviluppo intellettuale, ma di quello del suo carattere, dell’uomo nella sua interezza. Quindi, se volete farvi un giudizio su una persona e conoscere tutta la sua anima, non fate attenzione a come tace, o a come parla, o a come piange, o persino a come si commuove per le idee più nobili, ma guardatela piuttosto quando ride. Se una persona ride bene, significa che è una brava persona. Cercate di cogliere, inoltre, tutte le sfumature: bisogna, ad esempio, che il riso di una persona non vi sembri in nessun caso stupido, per quanto essa sia allegra e semplice. Non appena noterete la più piccola traccia di stupidità nel suo riso, significa, senz’ombra di dubbio, che quella persona è di intelletto limitato, anche se non ha fatto altro che sciorinare idee. Se poi anche il suo riso non è stupido, ma la persona stessa, mettendosi a ridere, improvvisamente vi è parsa per qualche ragione ridicola, sia pure un pochino, sappiate che quella persona manca, per lo meno in parte, di dignità propria. Oppure, infine, se questo riso, benché comunicativo, tuttavia per qualche ragione vi appare alquanto volgare, sappiate che anche la natura di quella persona è alquanto volgare e che tutto ciò che di nobile e di elevato avete notato in lui in precedenza o è qualcosa di intenzionalmente finto, o è qualcosa di inconsciamente imitato, e che quella persona, infallibilmente, in seguito muterà in peggio, si occuperà di n«cose utili» e rigetterà senza rimpianto le idee nobili, come errori e infatuazioni di gioventù.

Colloco qui di proposito questa lunga tirata sul riso, sacrificando anche il corso del racconto, perché la considero una delle più serie riflessioni della mia vita. E la raccomando soprattutto a quelle fanciulle fidanzate che sono già pronte a sposare l’uomo da loro prescelto, ma ancora lo osservano con perplessità e diffidenza, non riuscendo a decidersi definitivamente. E non ridano del misero adolescente che propina i suoi ammaestramenti sulla questione del matrimonio, della quale non comprende un’acca. Questo fatto soltanto comprendo, però, che il riso costituisce il più sicuro saggio dell’animo. Guardate un bambino: soltanto i bambini sanno ridere in maniera perfetta, ed è per questo che sono incantevoli. Un bambino che piange lo trovo ripugnante, mentre un bambino che ride e si rallegra è un raggio del paradiso, è una rivelazione del futuro, quando l’uomo diventerà finalmente puro e semplice di cuore come un bambino.

Dostoevskij L’adolescente (BUR p. 358 sgg.)

Schiamazzi digitali

È successa una cosa molto divertente proprio venerdì 21 luglio. L’Università di Bologna, attraverso il suo braccio chiamato ‘Human Resources Strategy for Researchers’, ha inviato una mail a tutti i ricercatori (che sono tanti), chiedendo di rispondere a un questionario online. Con una certa ingenuità, come spesso accade peraltro dentro Unibo, non è stato usato un indirizzo ‘no reply’, e neppure lo stratagemma di mettere i destinatari in ccn, cosa che ormai sanno anche i bambini. Ma tutti potevano vedere l’indirizzo di tutti, perciò, cliccando su ‘rispondi a tutti’, si poteva scrivere praticamente a tutti i ricercatori dell’Ateneo.
Ebbene, il questionario, come a volte capita con analoghi strumenti della nostra amatissima Alma Mater, non era stato testato a sufficienza e molti si sono trovati a disagio, rilevando errori e difficoltà di invio del test. Tutti sanno quanto sia irritante rispondere a 30-40 domande e poi scoprire che non è stato inviato il form e le devi rifare tutte. Se capita due volte, quasi ogni essere umano, se non vi sono cospicui premi in denaro o dure sanzioni, manda a quel paese il quiz e chi lo ha fatto.
Un collega, però, dopo tale rinuncia, ha pensato bene di scrivere a tutti, mettendo in cc il prorettore alla ricerca, facendo presenti le sue difficoltà.
Immediatamente, con il noto effetto che porta a imitare chi scaglia la prima pietra, tutti quelli che avevano avuto problemi con il famigerato questionario, chi perché ‘io ho il mac’, chi perché ha scoperto un bug, insomma per innumeri motivi, hanno cominciato a loro volta a cliccare su ‘rispondi a tutti’ avanzando le loro critiche.
Io leggevo le mail e mi chiedevo quando sarebbe iniziata la seconda fase della crisi di una lista non moderata: il ‘cancellatemi per favore’.
Ed ecco, inevitabilmente, alla ventesima mail di critica arrivano le prime ‘per favore non scrivete a tutti’, che ovviamente sono inviate da tante persone simultaneamente, e dunque generano altro spam e altre ‘per favore non scrivete a tutti’, ovviamente inviato a tutti. Diciamo che venti mail di protesta, più dieci di ‘non scrivete a tutti’, fanno sclerare subito chi ha lo smartphone. Lo smartphone ha abbassato la soglia di fastidio da spam, perché ad ogni mail emette un segnale, che va da un discreto bip a scampanellii e orchestre di ottoni. Immaginate il sereno professore universitario, che venerdì 21 luglio se ne sta in montagna o al mare o a casa a scrivere un articolo che doveva consegnare due settimane prima, che improvvisamente vede impazzire il proprio iphone o android.
Ed ecco piovono le mail di ‘cancellatemi per favore da questa lista’. I poveri docenti non hanno capito che non è una lista con opt out. Ci sei iscritto perché sei un ricercatore. E in ogni caso è venerdì e non c’è assolutamente nessuno che gestisce la lista. Infatti Giovanna Cosenza, che di media se ne intende, lo fa presente con una mail: “Guardate che fino a lunedì nessuno vi cancella. Smettete di inviare mail.” Ma anche questa è una mail. E qui vediamo un principio assolutamente basilare nella comunicazione dei primati (nel senso di scimmie): quando in un gruppo di umani tutti iniziano a parlare sovrapponendo le voci, la spinta imitativa diventa fortissima e tutti vogliono dire la loro. A un certo punto il contenuto che tutti vogliono esprimere è ‘smettete di fare casino’, e un numero sempre maggiore di individui inizia a urlare ‘smettete di fare casino’, ‘silenzio’, ‘silenzio’. Tipicamente, il silenzio arriva dopo che quasi tutti si sono messi a urlare ‘silenzio!’, e poi, guardandosi intorno, hanno visto che qualcuno ha smesso di parlare. In genere, c’è un’ultima lotta per stabilire l’ultimo che grida ‘basta, silenzio!!!’ E poi, finalmente, il silenzio arriva.
Subito dopo, emerge l’impulso irresistibile a raccontarsi e commentare ciò che è accaduto.
Lo staff della ‘Human Resources Strategy for Researchers’ ha così potuto accertare che molti docenti della Grande Mamma non conoscono i meccanismi comunicazionali dei social network. I ricercatori, a loro volta, che i raffinati autori dei questionari non sanno che quando hai molti destinatari spedisci a te stesso e li metti in ccn.